| SETTEMBRE 2006 |
Venerdì 1° - ore 00.49
Moan: per una certa generazione, anzi molte, nonché per un ben preciso genere (uno dei due), la parola MOAN ha dei rimandi ben precisi...
Chi invece rumina l'inglese con una certa assiduità, saprà che MOAN vuol dire...MOAN. MOAN è intraducibile! Beh, sui dizionari sarà ben tradotto: diranno che c'è un verbo e c'è un sostantivo e che il senso è quello del lamentarsi, della lamentela. Del brontolare, del piagnucolare, un po' tutto questo messo assieme. Insomma: MOAN!
Oggi, Venerdì 1° Settembre, che sia il MOAN-DAY. Sì, lo stabilisco e istituisco io. Il Venticinque Dicembre si celebra il Natale, il 1° Gennaio il Capodanno, il 15 Agosto il Ferragosto: si sappia che il Primo Settembre di ogni bloody anno è il MOAN-DAY. È il giorno in cui si piagnucola, si frigna, ci si lamenta.
Ci si lamenta perchè l'estate sta finendo e un anno se ne va. Ci si lamenta perché è già finita la bella stagione, perchè diventa buio sempre prima, perché tutti ritornano dalle ferie e non si trovano più i parcheggi, perchè le strade ritornano intasate, perchè riaprono scuole, uffici e fabbriche. Anche la lamentela diventa motivo di aggregazione e spunto di chiacchiera. Un po' come quando non sai cosa dire a un interlocutore a te non particolarmente gradito e cominci a parlare del tempo: beh, uguale.
Nessuno dei dodici mesi è rimpianto come Agosto.
Agosto se
ne è andato.
Se ne vanno anche le mie ferie. Finiscono oggi all'una. Sì, perchè anche quando lavoro da Venerdì alle tredici sono libero. Sono pacatamente sconvolto.
E ora, via con le danze: Let's moan again, like we did last summer...oh, let's moan again, like we did last year.
Sabato 2 - ore 10.11
Rieccomi: trentasei anni suonati. Suonati, già: quale aggettivo migliore. Di questo si tratta. Sempre di questo, solo di questo, nient'altro che questo: musica.
Negli ultimi quindici anni della mia vita, sogni e disillusioni, disillusioni e sogni, si sono dati spesso il cambio come due corridori in una staffetta. Ora invece viaggiano assieme, paralleli, come due binari della stessa ferrovia.
Sto sognando, sì. Eccome se sto sognando. Mi sono appena imbarcato, m'hanno appena caricato, in un nuovo progetto musicale: un gruppo, concerti, incisioni, un disco. Ho riaperto i cassetti, ho frugato un po': senza difficoltà sono uscite delle vecchie canzoni; di nuove ne sto, stiamo, scrivendo. Si stanno facendo le cose seriamente. E si sogna. Sull'altro binario tiene il passo la disillusione: la consapevolezza del logico finale. Sogno e disillusione, con forza uguale e contraria, non interferiscono e nemmeno si annullano: al contrario, sono ben vive e paiono alimentarsi l'uno dell'altra.
Se sentissi quello che ci diciamo...ti verrebbero i brividi. O da ridere. Non so.
Ieri ho registrato le voci di un pezzo inedito, nuovo di zecca.
Noi ci crediamo. Tanto. Ci sono anche dei contatti, c'è dell'interesse. Batticuore...
...e lo so che non si dovrebbe dire. Scaramanzia, così pare. No, la scaramanzia non c'entra. Te lo dico io che cos'è: è che uno sta zitto così, se la cosa va male, non deve spiegare niente a nessuno. Non deve rivivere la delusione nei resoconti a chi vuole sapere il perché e il per come. Uno tace e, se non va, nessuno lo sa; se va, ci sarà modo per saperlo. Io gioco a carte scoperte, almeno qua sul sito. Non mi interessa, io non ho paura. Qua, nella sezione musica, maestro, scriverò come staranno andando le cose. Cercherò invece di parlare d'altro nella mia vita...reale. Altrimenti diventerei noioso. Un po' come per la maratona...
L'unica cosa è che...se ogni tanto mi si vedrà scomparire nei miei pensieri...sarò costretto a dare uno straccio di spiegazione...
Reggerà?
Domenica 3 - ore 02.01
E così se n'è andato anche un altro agosto.
Per la gioia di giornalisti e giornalai, il caldo dà alla testa: ecco così che italiani hanno ammazzato stranieri, stranieri hanno ammazzato italiani; genitori hanno ucciso figli e figli hanno ucciso genitori. L'odore del sangue, quello degli altri, si intende, è libidine per chi accede ai mezzi di cosiddetta informazione. Sì, perché io non vedo tutto questo moto di sdegno nei confronti di questa feticistica esibizione di delitti e crimini. Il disegno c'è, ovviamente. Nulla è per caso. Più che informazione, questa è iniezione: iniezione di odio e paura, due strumenti di controllo delle masse mica da ridere.
Poi? Poi cornificazioni, anticipazioni TV e colpi di calcio-mercato. Ah, ancora, sotto il solleone di Ferragosto, perchè nell'opinione pubblica la vergogna spiccasse e scottasse meno, ecco l'indulto: una legge spacciata come soluzione per carceri sovraffollate e condizioni disumane dei reclusi, nascondendo goffamente così la sua vera natura di aiutino per i potenti di turno che, nonostante le innumerevoli trame di protezioni eccellenti, erano riusciti a essere condannati da una legge che, evidentemente, è uguale per tutti...peccato che qualcuno sia più uguale di altri, così la legge diventa uguale per quasi tutti. Hanno trovato il modo di strumentalizzare anche le parole di Papa Giovanni Paolo Secondo.
La grande vittima dell'agosto è l'informazione. Comunque, non è che nei restanti mesi vada tanto meglio...
Allora, agosto archiviato. Per i sopravvissuti c'è un'occasione di conoscenza importante. Sabato prossimo, il 9, a Milano succede che proiettano un film. Un film che si intitola "11 Settembre 2001 - Inganno Globale", un film-inchiesta di Massimo Mazzucco. Sottotitolo: "tutto quello che le televisioni non ci hanno mai raccontato sui fatti di quel giorno". Te va'! Già. Ancooora!!! Ancora sono in giro 'sti rompipalle complottisti che ci vogliono propinare 'sta storia della verità alternativa!!! Eh sì, sono ancora in giro. E io ho proprio voglia di andare a sentire cosa dicono, perché ho già visto delle cose e...stupidi, stupidi non sono. Soprattutto sono molto ben documentati, molto più di quelli che li insultano e li screditano.
Certo, capisco bene: è molto più comodo credere al Grande Nemico di turno e...va beh, anche qua rimando a 1984 di George Orwell. Perchè, l'alternativa qual è? Che a buttar giù le torri siano stati... no, non si può credere.
Mah, io di credere ho bisogno assai poco. Ho molto più bisogno di capire. È forse una colpa voler capire? Beh, nell'intenzione originaria, la domanda era retorica, ma...pensandoci bene...accenderebbe un bel dibattito...
Sabato prossimo alle cinque e mezzo di pomeriggio ai Bastioni di Porta Volta numero sedici a Milano, presso l'aula magna del Liceo Scientifico "Severi", succede che si cercherà di capirne un po' di più. Sempre che lo si voglia.
È un occasione unica soprattutto per chi pensa che tutte queste contro-verità siano spazzatura. Si potrà entrare, vedere, uscire e liquidare il tutto come robaccia da filmetto di serie C2. Con tutto il rispetto per la serie ci due.
Paura?
Lunedì 4 - ore 00.01
Oggi, primo giorno di lavoro. L'ufficio InFormaLavoro dell'Unione fra i Comuni di Lonate Pozzolo e Ferno riapre i battenti. Di solito a Settembre c'è la coda di persone che, smaltiti gli eccessi delle ferie, si cala di nuovo nella normalità fatta di ricerca di un corso di formazione professionale, di una scuola, di un'università e, soprattutto, di un nuovo lavoro. È sempre difficile dare il consiglio giusto a ciascuno, ma questa volta non avrò dubbi: cerchi un lavoro? Fa' una rapina! Ma, bada bene, fatti beccare. Perchè se ti beccano, ti mettono in prigione. Ti mettono in prigione, poi ti danno l'indulto. Ti danno l'indulto, poi ti fanno uscire. Ti fanno uscire, poi ti creano su misura un corso di formazione professionale. Ti creano su misura un corso di formazione professionale, poi hai un lavoro. Tortuoso? No, non più di tanto. Non più di quanto lo siano i giri nelle varie agenzie e porcherie varie, quei giri a cui tanta gente anche diplomata e laureata si deve sottoporre, collezionando umiliazioni di non poco conto.
Lo so, lo so...sto ragionando in modo qualunquista e becero, peggio di quella gentaglia con le guance paffute e paonazze che un po' di tempo fa era ammantata addirittura di alte cariche istituzionali. Robe dell'altro mondo, robe di questa Italia.
Lo so, lo so... è che... mi ricordo ancora: era il 15 agosto e la vergogna dell'indulto, di quell'indulto, si era appena consumata. Lì, a margine del servizio nel telegiornale, parlavano per l'appunto dei corsi di formazione professionale per il reinserimento lavorativo degli ex-detenuti. E io che con i corsi di formazione professionale lavoro costantemente, ho pensato che...chissà mai che quei corsi di formazione professionali siano più efficaci di quelli che consiglio io. Però, prima devi fare la rapa, o qualcos'altro degno di ingabbiamento.
Allora, oggi, primo giorno di lavoro. Solo un piccolissimissimo problema. Qualcuno mi sa indicare la strada per l'ufficio?!?
Martedì
5 - ore 7.03

L'avevo mandato a fare in culo. Definitivamente.
Molto più definitivamente di tutte le altre centocinquantasette altre volte in cui, altrettanto definitivamente, avevo deciso di mandarlo in quel posto. E questa volta ci stavo anche riuscendo bene. Un mese, anche più: nulla. Come se fosse morto, come se non fosse mai esistito. Nemmeno un pensiero. Quando è troppo è troppo, no? Io che con lui ho condiviso giorni, notti, camere da letto, viaggi di migliaia di chilometri. Io che con lui ho gioito, sperato, pianto. Io che per lui ho preso tanta di quella rabbia. Io che ero arrivato quasi - ma, giuro sulla mia chitarra acustica a dodici corde, non l'ho fatto mai- a dire la fatidica frase...con tutto quello che ho fatto per lui..., basta, avevo deciso che era finito tutto. Era quello che voleva lui? Prego. Così mi scriveva in un messaggino: non voglio più parlare con nessuno, neanche con te. Grazie di tutto. Ho chiesto spiegazioni, sono seguiti altri deliri.
Allora vaffanculo.
Avevo scoperto che si viveva bene ugualmente.
Un paio di settimane fa mi sono fatto il paese a piedi. Come spesso accade. Da casa mia a casa dei miei ci sono in mezzo la piazza, le vie centrali, i bar. E tanta gente. Passare a piedi in quei posti significa incontrare. Se passi in macchina puoi far finta di non vedere, in bici puoi tirare dritto; a piedi è più complicato sottrarsi agli incontri.
Andare a piedi in paese è come lanciare una pallina in un flipper. Impossibile prevedere una traiettoria.
Andare a piedi è fonte di sorprese. Beh, anche in macchina ti possono succedere sorprese, ma solo negative. Tipo quando fai un cozzo. A piedi, invece, puoi anche avere sorprese positive.
Un paio di settimane fa, di sabato, pomeriggio, la piazza era vuota. Quasi vuota. Fuori dal bar c'era solo una persona: lui. In macchina, in bici, con qualunque altro mezzo di trasporto veloce, l'avrei al massimo salutato. A piedi non potevo fare a meno di fermarmi. L'ho salutato, non sapendo bene quale sarebbe stata la sua reazione. Mi ha salutato. Gli ho chiesto come stava. O forse me l'ha chiesto lui. Gli ho fatto i complimenti per l'eleganza, temendo che fosse vestito così ancora dalla discoteca del giorno prima e che non fosse andare a letto. Ha gradito i complimenti per l'eleganza. Siamo andati avanti a parlare come se niente fosse. Ci siamo rivisti il giorno dopo. E dopo due giorni è passato a casa mia. Una settimana dopo mi ha spiegato il significato di quei messaggini assurdi. E ora accetto anche quell'assurdità.
L'avevo mandato a fare in culo. E di sicuro ce lo manderò ancora, quando meno me lo aspetto, quando tutto andrà bene. Anche quella volta sarà definitivamente, più definitivamente. E non sarà l'ultima.
Mercoledì 6 - ore 00.50
Mi chiedono come si fa a fare un sito. No, non nel senso tecnico: mi chiedono come sia possibile mettere in piazza la propria vita, le proprie emozioni. Allora? Come si fa? Semplice: non si fa. Non ce la si fa. Non ce la faccio io. Sarebbe da incoscienti. Come da incoscienti sarebbe coinvolgere le persone che stanno attorno a me, o alle quali sto attorno io. Non si vive, non si provano emozioni, stando da solo. O meglio, sì, si possono provare: l'eremita le prova. Fare l'eremita a Lonate Pozzolo è un po' dura, però. Su che monte vado a meditare? Moncucco? I non-lonatesi mi scusino la divagazione. Anche i lonatesi.
Allora no, non posso trascinare i miei amici in questa casa dai muri trasparenti. Ecco il perché dei rettangolini sugli occhi, che fanno molto giornale scandalistico. Ecco il perché dei nomi falsi di storie vere.
Esibizionista? Sì, probabilmente sì. Certamente sì. Oppure no. Come al solito, idee chiare. No, è che io non direi che sono esibizionista. Già, esattamente come il tossico che...trova un tossico che dice di esserlo! Al limite ti dice che sì, è tossico, ma può smettere quando vuole. Domani. Sempre domani, in ogni caso domani.
Allora, esibizionista. Beh, ogni cantante un po' deve esserlo. Fino a certi livelli, poi, l'esibizionismo non è che sia il peggiore di tutti i mali dell'umanità. è innocua perdizione.
Il diario di bordo è il cuore de ilsitodirob, soprattutto da quando l'aggiornamento è quotidiano. E nell'aggiornamento parlo di quello che mi salta in testa al momento, non necessariamente della cosa più importante e più significativa della giornata. A volte sono dei semplici divertimenti, altre sono riflessioni ad alta voce, altre ancora sono delle manifestazioni dei miei convincimenti più profondi. In ogni caso, temo che l'immagine che esce sia un filo distorta. ilsitodirob non mi rappresenta, non è questo il suo compito.
Esibizionismo, incoscienza, coraggio...non so, dipende. Dai giorni.
Con un sito ci si mette a nudo? Può essere. Nel mio caso, si rimane con un costumino. Color carne.
Giovedì 7 - ore 00.17
Dimmi!
Mi sa che negli anni addietro mi sono già occupato del nefasto imperativo; poco male, ci ritorno. È che sono da poco incappato in un considerevole fuoco di fila di dimmi e ne porto ancora le conseguenze.
Tu tiri su il telefono, decidi di chiamare un amico che non senti da un po', fai il numero, la linea è libera, senti un pronto dall'altra parte, dici ciao sono rob (beh, tu non diresti rob...a meno che non ti chiami roberto o roberta o robinio o...va beh, lasciamo perdere) e la cornetta ti sputa addosso un ciao, dimmi!
E lì ti muore tutta la poesia.
Perché magari non sai nemmeno tu cos'hai da dire. Magari, più che dire, volevi sentire.
Non pretendo fuochi d'artificio e fanfare nel sentire la mia voce, ma nemmeno un cordialmente glaciale dimmi. Dimmi va giusto bene se ci si è visti cinque minuti prima o se si tratta di una chiamata di servizio, per il resto è devastante!
Dimmi! è drammatico. Dimmi, tradotto nel linguaggio delle intenzioni significa: ah sei tu, bene, ora facciamo svelto e dimmi che cavolo vuoi così poi posso ritornare a quello che stavo facendo. Tutto ciò nella migliore delle ipotesi.
Dimmi! è il sintomo inatteso e incontrollato, come un'eruzione cutanea, dello stile dell'uomo del nord, che vive nel nord: l'uomo che non deve attendere mai. Non è cattiveria, è che cresciamo così. È così che ci tirano su, che così che ci allevano.
Dimmi ci sgorga spontaneo, 'sto senso del dimmi ci cresce dentro e ben difficilmente lo si riesce a estirpare. Lavorandoci, però, si può fare qualcosa. Te lo...dico...io!
Venerdì 8 - ore 01.07
Eccola!
Eccola qua! Ecco qua un'altra di quelle giornate che vorresti non
finissero mai, una di quelle giornate che si allungano ben oltre la
mezzanotte come un tessuto elasticizzato e vanno a invadere quella
seguente.
Di solito, in occasioni simili, c'è di mezzo un concerto: un concerto a cui ho assistito o che mi ha visto sul palcoscenico. In ogni caso, musica. Di strano oggi c'è che non è successo niente, niente di così speciale: è stata una giornata di lavoro, poi di incontri, poi di telefonate ad amici che non sentivo da un po', poi di accoglienza e conoscenza. È venuto un mio vecchio amico con la sua nuova...come si chiama adesso? ...compagna? ...fidanzata? ...ragazza? Boh, di certo non...tipa, su questo nessun dubbio.
Io voglio bene al mio amico e se il mio amico vuole bene alla sua nuova amica, anch'io voglio bene alla sua, mia, nuova amica. Questione di transitività.
Bello conoscere una nuova persona: è un muro che crolla, una diga che si squarcia, un nuovo pianeta che si incontra con il tuo.
Alle dodici, intese come mezzanotte, e trenta minuti, sono ritornato solo e m'è venuto in mente che avevo bisogno di alleggerirmi di un po' di carboidrati, così come un aeroplano deve scaricare il carburante in eccesso prima che inizi la fase dell'atterraggio. Oggi, anzi ieri, non ho corso. Non ho corso, ma ho mangiato. Troppo. Così mi sono infilato le scarpe da corsa, quelle vecchie, che ho declassato a scarpe da passeggio, e sono andato in Comune. L'ho trovato chiuso. Ho percorso la strada che di solito compio sette ore più tardi, minuto più minuto meno. Camminare di notte significa godere di una delle pochissime cose piacevoli di Lonate Pozzolo: la sua estrema tranquillità. Nemmeno i ladri sono in giro a quell'ora: anche loro...si arrestano... per la noia.
Camminatina di trenta minuti scarsi. Quanto basta per accontentare, appagare, la mia dipendenza da corsa.
Sono tornato, sul tavolo gli avanzi delle camomille, delle feste biscottate, delle marmellate. Dei biscotti.
Non ho ancora pulito. Pulirò.
Nel frattempo la palpebra si sta chiudendo come una serranda automatizzata di un vecchio negozio di gastronomia. È stata un'altra di quelle giornate che vorresti non finissero mai, invece è finita. Eccome se lo è.
Volevo parlare di omologazione, diversità, natura umana. Il destino ha voluto diversamente. Comincio a dare appuntamento a domani. InshaLlah.
Venerdì 8 - ore 7.36
Va beh che ieri era una di quelle giornate che avrei voluto non fossero finite mai...ma se fosse finita un po' prima...magari il risveglio sarebbe stato più semplice...e avrei avuto qualche decimo di secondo in più per fare colazione, lavarmi, stendere il bucato, vestirmi, preparare lo zaino, andare al lavoro, timbrare alle 8.......aiuto...........
Sabato 9 - ore 7.56
Pur nella mia indole di orso, musone, solitario, trovo assai piacevole trascorrere del tempo con il prossimo mio. Se mi trovo così bene con i miei simili, che siano di Casablanca o di Casalpusterlengo, è perché dai miei simili non mi aspetto niente di buono.
Il pettegolezzo, la cattiveria, la violenza; la falsità, la gelosia, il sospetto; l'indifferenza, l'intolleranza, l'egoismo. Tutto questo e ancor di più: ci vado incontro con la quieta rassegnazione dettata della consapevolezza di non potermi aspettare molto di diverso. E quando, invece, molto di diverso accade, quando in un deserto di tenebra scorgo un'illuminata presenza, è benedizione pura e di lei gioisco come non mai. In passato mi arrabbiavo, mi indignavo, non accettavo che l'uomo fosse così affamato del sangue dell'altro uomo, che fosse così abile nel rovinare la vita degli altri e se possibile anche la propria. No, ora non mi arrabbio, ora non mi indigno più. Sto venendo a patti con la limitatezza delle mie energie: non le voglio sprecare in queste faccenducole. Preferisco subire. L'uomo non è in grado di vivere in pace, di vivere la pace: trova linfa solo nel fuoco della guerra, vive di veleno, cerca la morte per sentirsi vivo. Morte fisica, o, comunque, morte dell'anima.
Ah, la specie umana...tempo fa ritenevo alquanto blasfemo sostenere che gli uomini fossero fatti a immagine e somiglianza di Dio. Non ho cambiato idea. In questo senso, l'Islam si tutela maggiormente: si rifugge da un'immagine di Dio, per cui è più complicato tirare in ballo una qualsiasi somiglianza.
L'uomo...e quanta compassione per quella sua fragilità travestita da superbia, per quel suo smarrimento ricoperto di arroganza. per quella sua disperazione anestetizzata dal benessere materiale.
La specie umana, la specie umana...e che male qualche volta pensare di esserne un suo degno rappresentante...
Domenica 10 - ore 1.52
Tre minuti e sedici secondi.
Dove le altre sfumano, lei decolla.
Wish you were here ha il ritornello solo dopo tre minuti e sedici minuti dal suo inizio. Wish you were here ha una delle strutture più storte della storia della musica rock: David Gilmour si degna di cantare solo dopo un minuto e trentacinque. Dopo due strofe, si ripiomba in trentasette secondi di musica per poi sfociare nel ritornello. Il ritornello...il ritornello...quel ritornello che adesso non può venire troppo presto e nemmeno troppo tardi. Capito? Tu scrivi una canzone e non è più importante cosa dici, ma quando lo dici. Il risultato sono canzoni tutte uguali: otto misure di introduzione strumentale, altrettante di strofa, poi il ponte di quattro misure che lancia il ritornello di otto misure, poi poi poi... poi è uno schifo! Poi è l'omologazione totale. La diversità fa paura, anche nella musica. Quella musica un tempo veicolo di cultura, ora sempre più veicolo di ottusità.
M'immagino ora David Gilmour e Roger Waters bussare alle porte di una casa discografica, m'immagino che gli portino la cassettina con il provino di Wish You Were Here e che dall'altra parte della scrivania trovino un pistolotto che contesti loro il ritardo del ritornello, dicendo che l'idea può funzionare ma di tagliare di qui, aggiungere di là, risistemare... Grazie al cielo Wish You Were Here è stata scritta non oggi, bensì trentuno anni fa e trentuno anni fa le cose erano diverse. Così, da trentuno anni a questa parte noi accendiamo lo stereo e cominciamo ad emozionarci, ben contenti di aspettare tre minuti e sedici secondi per lo sfocio del ritornello.
E in Stairway To Heaven il ritornello non c'è proprio!
Sconvolto.
C'è poco da fare: io mi trovo molto più a mio agio con il dubbio che con la certezza.
Cinque anni fa era l'undici settembre, anzi...l'Undici Settembre. Quell'Undici Settembre.
In modo migliore per onorare le tremila-e-passa vittime di quell'Undici Settembre è dedicare del tempo alla ricerca della verità, per quanto male faccia.
Sabato scorso, l'altroieri, ho partecipato alla proiezione del film "11 Settembre 2001 - Inganno Globale", con annesso e connesso dibattito.
Sono ancora sconvolto nel profondo. E non sono un tipo facilmente suggestionabile.
Mi pareva tutto così chiaro. E nella chiarezza sono sprofondato in abissi di buio. Realmente sconvolto. Roba da lasciarmi cadere dalla sedia su cui stavo e rimanere lì per terra, per anni. Inerme. Rannicchiato. Paralizzato. Può essere che siamo davvero nelle mani di...........può essere che mi rassegni a credere a ciò che un'ora e mezzo di film mostra in tutta la sua disarmante evidenza? Siamo stati presi in giro? La resistenza psicologica è forte. Il dramma inizia quando non si resiste più e si cominciano a vedere le cose così come sono, come è palese che siano.
Alla fine della proiezione, le luci in sala si sono accese e i miei occhi sbarrati ancora fissavano lo schermo. Solo molti secondi, minuti, dopo, ho staccato lo sguardo dal telo bianco e mi sono girato verso Abdoulaye, di fianco a me. Era turbato quando me, ma sorrideva.
- Mio nonno di diceva sempre che non esiste la bugia perfetta. Puoi ingannare una persona un mese, un anno...ma non per sempre. La verità alla fine viene fuori.
Abdoulaye è nato a Dakar e io a Busto Arsizio. La differenza è tutta qua.
Abdoulaye è stato allevato, educato, alla Speranza. E a Lei l'istinto di Abdoulaye sa ancora ricorrere.
Il mio, no.
Da giorni giro con un certo bruciorino.
Un certo bruciorino, che nemmeno un tubetto, anzi vasetto, intero formato famiglia di pastadifìssan, manco fosse nutella, riuscirebbe a lenire.
È che il giorno ventiquattro-otto, cioè tre settimane fa, ho comprato un grazioso lettore emmepitré. Cinquantaquattro euro. E novanta centesimi. Oggi ricevo il consueto volantino-giornalino delle offerte, ogni volta più sensazionali, ogni volta più mirabolanti. Tu leggi il volantino-giornalino e t'immagini che, di settimana in settimana, il signor Gennaro Carfùr o Francesco Gigante o Fernando Iper, si tolgano il pane di bocca per te, si dissanguino per te, si riducano in povertà, che al confronto San Francesco era un capitalista. Ecco, quei volantini-giornalini lì. In quello di questa settimana, quello del signor Gennaro Carfùr, c'era lo stesso mio lettore emmepitré. Uguale. Uguale, uguale, uguale. Uguale in tutto, tranne che in un dettaglio, il prezzo: è fuori a venti euro meno. VENTI EURO!!! Non partirò con la lista delle cose che faccio, che compro, con venti euro...ma è lunga. E sostanziosa.
Conoscendomi, cos'ho fatto secondo te? Ovvio, ho scritto! Ho mandato una mail a servizioclienti@carrefour.com. Già l'avevo fatto due mesi fa per un'altra storia e...mica m'han risposto! Mi mandano a casa la carta di credito, la Pass, ma mica si fanno sentire quando avanzo una protesta! Cos'ho scritto 'sta volta? Ecco qua:
quindici giorni fa ho comprato al Carrefour di Gallarate - via Milano un lettore MP3 Nortek modello Running in "offerta" a 54,90 euro.
Mi risponderanno questa volta? Ti terrò aggiornato. E nel frattempo parte il blocco precauzionale dei miei acquisti al Carfùr. Boicotto. Non mi aspetto che il supermercato ne risenta...
Ah, rispetto a quanto ho scritto ieri...ho trovato su Internet quest'altro sito, che già conoscevo per la sua sezione anti-bufala. La lotta è aperta, l'arbitro è donna: la Ragione.
Altro ah: devo una spiegazione alla foto di venerdì scorso. Prima di tutto, quello nella foto sono io! Io, vestito in abito marocchino. Abito marocchino, regalatomi da Majid, di ritorno dal Marocco. La vestizione dell'abito è assai complicata, visto che si compone di tre pezzi: il pantalone, la camicia a maniche lunghe e la mantella. Tre pezzi più il cappello. L'unica cosa non evidente della foto è che le meravigliose ciabatte gialle, le cosiddette belghà, sono di tre numeri più piccole. Non stiamo lì a sottilizzare su tutto...
Solo se non mi conosci bene, ti chiederai: Ma se lo metterà mai? Se mi conosci, saprai la risposta in anticipo.
Un ultimo accenno alla foto, invece, di oggi. La maglia che orgogliosamente indosso è quella, tarocca, della nazionale marocchina di calcio. Un altro regalo, fantastico, da parte di due amici insospettabilmente italiani. Di quegli italiani che, per toccare una maglia recante effige marocchina, si saranno messi (erano al supermercato) il guanto di plastica che si trova nel reparto frutta. Me l'hanno portato pochi giorni fa. Era per il mio compleanno, hanno aspettato più di un mese. Per tutto questo messo insieme, per la maglia, perché erano loro, perché me l'hanno data un mese dopo il compleanno, ho gradito il regalo all'ennesima potenza e ho tenuto su la maglia giorno e notte, fino a che un'insopportabile tanfa mi ha suggerito il lavaggio. Ora la maglietta è in lavatrice e già mi manca!
Mercoledì 13 - ore 7.27
Hai mai finito una penna bic? Nera, blu, rossa o verde che sia, ne hai mai
finita una. Finita, sì, prima di perderla, oppure prima che si seccasse
oppure ancora prima che ti scoppiasse nei pantaloni, nella camicia, nel
giubbotto.
Io,
no: mai finito una penna bic. Mai! In tutta la mia vita, mai!
La penna bic rappresenta la mia inconcludenza. Io non concludo. Sono un
inconcludente.
Sono un inconcludente nelle mie storie d'amor------------------- [ehi ehi ehi...rob ama? rob prova dei sentimenti? no, non può essere], sono un inconcludente nei miei progetti editoriali, sono un inconcludente nelle battaglie per far valere i miei diritti. Lo sconforto, gli altri impegni, la fatica...e a un certo punto lascio perdere.
Sono un inconcludente anche nei miei progetti musicali. Magari non tanto e non solo per colpa mia, ma...questo è.
Ne parlo oggi nella sezione musica, maestro, ma l'argomento ha una forza così dirompente che sfonda il recinto costruito apposta per arginare quel determinato tipo di attività. Ci risiamo con un altro di quei momenti lì, ci siamo con un'altra occasione buona, stasera. Possibilmente la migliore. Non è la prima volta che mi trovo in una situazione del genere, ma tra una volta e l'altra mi dimentico sempre gli sconquassi che determina. Non gli sconquassi del poi: gli sconquassi del durante. Gli anni sono zavorre pesantissime, che sembrano fare il loro effetto, fino a che la fiammata del sogno e della speranza gonfiano il pallone e...staccarsi da terra è un attimo.
Ho paura, sai. Paura dell'inconcludenza. Mi piacerebbe concludere questa cosa, finalizzarla. Mi piacerebbe che andasse bene. Soprattutto, non mi piacerebbe andasse male. Non mi piacerebbe archiviare la cosa nel faldone già stracolmo delle cose non concluse, lasciate lì. È veramente un progetto importante. Oserei dire, vincente. Ma io non sono un vincente. Chissà mai che un improvvisa svista del destino non mi faccia inciampare in un filo di fortuna.
Giovedì
14 - ore
12.10

Doverosa premessa: sono un pezzo di merda.
Sono un pezzo di merda perché non telefono mai, quasi mai, qualche volta. O meglio, qualche volta mi sforzo, però ci sono dei periodi di vuoto totale e in quel vuoto si perde tutto ciò che di buono avevo costruito. Oppure no. Dipende. Dall’altro.
Stabilita la premessa di cui sopra, arrivo al lapidario oggetto del discorso: io non ho bisogno di nessuno! Manco fossi un dopobarba. Oh, cielo. Delirio di onnipotenza. No. Niente di tutto questo. Semplice constatazione.
Si parla di amicizia. Il rimprovero che mi viene più spesso mosso è che io non chiamo, non mi faccio sentire. Falso. Ammettiamo, però, che sia vero. Molte amicizie finiscono, o si congelano, proprio perché ci si allontana senza motivo e, una volta lontani, ci si rassegna a perdersi per la paura di riavvicinarsi. Si diventa estranei, anzi peggio: come se l’amicizia di un tempo passato diventasse un ostacolo al riavvicinamento. Che paradosso!
Quando mi si rimprovera di non chiamare, oltre ad ammettere che è vero (mai cercare di far cambiare idea a qualcuno su qualcosa, soprattutto quando ha torto…), non posso che ricordare che l’amicizia non è una partita di ping-pong o di scacchi: dopo la tua mossa non necessariamente deve seguire quella dell’altro. Se ti va – certo, sempre e solo se ti va- puoi muovere due, tre, trentatre volte consecutivamente.
Io stesso ho amici che regolarmente chiamo sempre e solo io, ovviamente senza nessun fastidio. So che a loro fa piacere ricevere le mie chiamate, tanto quanto piace a me farle. Invece a me si dice che, se non mi faccio mai sentire, poi l’altro non chiama più perché pensa di dare fastidio. Buffo, non ci avevo mai pensato. Ci penserò.
Io non ho bisogno di nessuno, sì. Amici miei dicono che per loro l’amico, quello vero, diventa parte della propria vita, così da non riuscire a farne a meno: devono sentirlo con una certa regolarità, diventa un bisogno. Per me no. Io posso voler bene a una persona senza averci a che fare per lunghissimi periodi. Questo è male, però capita. Capita, senza che l’assenza temporanea generi un cambiamento del mio sentimento di affetto nei confronti dell’altro: niente raffreddamento, niente rancore, nulla. Così ci si rincontra e si ricomincia come prima, più di prima. Ripromettendoci delle pause meno sostanziose.
Io non ho bisogno di nessuno. Dall’amicizia io non dipendo, ma me ne nutro per libera scelta come fondamento di benessere del corpo e dell’anima. Amen.
Venerdì 15 - ore 1.16
Dall'altra parte, nella sezione musica, maestro, c'è scritto che oggi vado a registrare le mie parti; qua c'è scritto del batticuore. Là si parla che stiamo lavorando su tre pezzi, che diventeranno i tre singoli; qua si aggiunge che stanotte nemmeno so se andrò a dormire per svuotare i cassetti, restaurare vecchi brani, sviluppare idee nuove e meno nuove. Tempo fa mi lamentavo della mia aridità creativa: sto recuperando con gli interessi. Là si dice che siamo molto soddisfatti di come procede il lavoro; di qua ti racconto che ci sentiamo telefonicamente ogni tre ore e che ogni volta che si registra uno strumento mi si fa sentire il risultato per telefono. Un po' come vedere il nascituro attraverso il monitor dell'ecografia.
Ci stiamo investendo molto, economicamente ed emotivamente. Soprattutto emotivamente. Sai, il soldo oggi si spende e domani si recupera. Se non domani, dopo. Con le emozioni non è così automatico. Eppure lo si fa, anche perché il flusso è incontrollabile.
Se stesse succedendo a un altro, osservare gli sviluppi sarebbe...simpatico e curioso. Trattandosi di me, definirei della faccenda meravigliosamente massacrante.
È buffo pensare che tutto questo forse non sarebbe successo se ad Agosto non ci fossero saltati all'ultimo momento i due concerti con i RabbitRun!, quelli in Puglia, quelli su cui confidavamo tanto e per i quali non avevamo preso altri impegni per tutti i primi quindici giorni del mese. Nulla è per caso. Non ci fosse stata quella depressione per le date svanite così miseramente, non ci sarebbe stata neanche la reazione per formare un nuovo gruppo, da affiancare all'altro. O magari lo avremmo fatto dopo. Chissà.
Sta di fatto che ora il nuovo gruppo ed è bello che ci sia. Pur con tutti i rimescolamenti di stomaco che provoca. Anzi, forse, proprio per questo.
Sabato 16 - ore 10.49
Ponti d'oro al nemico che fugge. E anche per quello che crepa.
Li chiamano coccodrilli e sono gli articoli, le biografie, pronti da pubblicare appena avuta la notizia della morte di un personaggio famoso. I giornali, le radio, le televisioni, i mezzi di informazione drogati dal siero del tempo reale, sono costretti ad avere stanze piene di coccodrilli, che chiaramente devono essere costantemente aggiornati.
Li chiamano coccodrilli, alludendo alle lacrime che l'animale versa dopo aver mangiato la sua preda; io li chiamerei così, piuttosto, per la voracità e la violenza che li accompagnano.
Peggio ancora dei coccodrilli sono i commenti a caldo concessi degli intervistati di turno, la commemorazione da asporto, già pronta per l'uso, sempre così bella, sempre così calda, sempre così... ... ...
Chissà perché, ma sono sicuro che alla signora Oriana Fallaci cose del genere farebbero ribrezzo.
Non ci si potrebbe limitare all'umana pietà per un essere umano che conclude il suo percorso terreno? Chi ha qualche bel ricordo, lo condivida...ma perché sforzarsi di dire per forza qualcosa di bello? Certo, perché sta bene, è elegante: rendere omaggio. Sì, ma l'omaggio si può anche rendere, cioè restituire. Al mittente. Oriana Fallaci lo farebbe.
La signora Oriana Fallaci è morta ieri e tutta Italia ne ha parlato.
La scrittrice, grande, non muore. Le opere hanno la possibilità di sopravvivere al loro autore e quelle di Oriana Fallaci, la scrittrice, di sicuro lo faranno.
Sopravvivranno le sue opere del secondo millennio, quelle che ho letto e apprezzato.
Sopravvivranno anche le astutissime operazioni commerciali del terzo millennio, quei pericolosissimi scritti per i quali io ho smesso di comprare il Corriere Della Sera, il mio quotidiano di sempre. Il Corriere Della Sera che, giorni dopo l'Undici Settembre, pubblicò strombazzante un mega-articolo di Oriana Fallaci, di ritorno dopo dieci anni di silenzio. Lessi con orrore quelle parole pubblicate in prima pagina e in quattro pagine interne con un carattere grande, gigante nelle intenzioni . Erano due pagine? Quatto? Otto? Non ricordo. A quell'articolo seguì un libro, di cui vennero vendute milioni di copie. Poi un altro libro. E un altro ancora. Sempre lo stesso tema. Sempre milioni di copie. Affari d'oro.
La signora Oriana Fallaci è morta e rendo sincero omaggio alla grande professionista che ha raggiunto con merito traguardi altissimi. Ammirazione profonda.
La scrittrice Oriana Fallaci, invece, per me già da cinque anni abitava e produceva da un aldilà. Un aldilà, un inferno, fatto di odio, di violenza, di paura. Un aldilà di cui mi impegnerò a non far mai parte.
Non io ma la storia attribuirà il giusto valore alle ultime opere della scrittrice Fallaci. Opere che in questi giorni in tutta fretta torneranno a monopolizzare gli scaffali più in vista delle librerie e dei centri commerciali.
Nell'attesa del responso della
storia, giù altri soldi.
Domenica 17 - ore 9.55
Nella mia
assoluta magnanimità, ora ti porto per mano nella stanza dei segreti,
quella che da robertovielmi mi trasforma ne ilsitodirob. Eh
sì, perchè Bruce Wayne scivola giù nella bat-caverna e diventa Batman,
Clark Kent si nasconde nella cabina telefonica e diventa Supermen, Hiroshi
si lancia nel vuoto sopra un precipizio e, unendo le nocche delle mani
chiuse a pugno, diventa Jeeg robot d'acciaio. A me basta
trascinarmi nel mio bordello di studio, scavalcando vestiti, chitarre e
ferraglie varie; mi basta sedermi, schiacciare un tasto, aspettare un
minuto o poco meno e...via...je suis ilsitodirob.
Bene, una volta trasformatomi ne ilsitodirob, sussiste l'altro problema: cosa scrivo oggi? E questo veramente non è un problema. Molti mi hanno chiesto come faccio a trovare ogni giorno qualcosa da scrivere. No, non ho l'ansia da pagina bianca. Non fosse altro perché nessuno mi obbliga a scrivere qualcosa. E comunque qualcosa da scrivere trovo sempre. Appoggio le dieci dita sulla tastiera e le muovo per sgranchirle. Io fisso lo schermo e vedo un po' dove vanno e le parole che formano.
Di solito vanno sulle lettere che formano l'argomento che in quell'esatto momento transita per la mia testa, non necessariamente il più importante. Altre volte, invece, fissano il tema che mi ronza attorno da giorni. È questo il caso di oggi. Ritorno così a parlare di musica. Da anni ho creato una sezione apposita, così da recintare l'argomento. Anche oggi, però, c'è l'esondazione.
Le registrazioni del disco sono quasi ultimate. Ieri mi ha chiamato il produttore...anzi...rettifico...in una delle dieci chiamate quotidiane del produttore, sono stato informato della necessità di una nuova seduta di registrazione delle voci, perché non è pienamente soddisfatto della sessione di venerdì scorso. Concordo. Non sempre è buona la prima e qua purtroppo - anzi, per fortuna - non si ragiona affatto nell'ottica del la va sèmper bén. No, qua va bene solo quando va bene davvero, al mille per mille. Non ce la si può far andar bene. Venerdì, in studio, pareva tutto a posto. Il giorno dopo, con le orecchie più libere, il produttore si è accorto che qualcosina poteva essere fatto meglio. Cose impercettibili, ma che orecchie esperte percepiscono eccome.
Va beh, non era di questo che... quello di cui volevo parlare oggi è il mio atteggiamento nei confronti della nuova avventura. Mi capita di scriverne qua e mi capita di parlarne con gli amici. Sì, ogni tanto capita. Me lo chiedono, io rispondo. Con tutti cerco di mantenere un atteggiamento disincantato, disilluso, al limite del rassegnato. Ovviamente faccio finta. Fingo. Lo faccio perché fa molto persona matura essere, o almeno apparire, razionale. Sai - dico - è molto molto difficile... c'è una possibilità su diecimila... è come vincere al superenalotto... Un amico, Abdessalam, ieri mi ha detto: -quando diventerai famoso non ci saluterai più e io ho risposto: mi sa che ci saluteremo ancora per molto!
Ora basta! Cambio!
A quel paese la razionalità e a quel paese anche la scaramanzia! D'ora in poi dirò quello che sento, che spero, che voglio per davvero: che il disco finisca, che sia bellissimo, che venga ascoltato da delle orecchie interessate, che venga pubblicato, che lo si trasmetta per le radio, che si parta per una tournée, che qualcuno lo compri, che qualcun altro lo scarichi (cornutazzo!!!), che...che...che...
Non è detto che io dica queste cose, ma di certo non reciterò più la parte del disilluso. Non mi renderei giustizia. Piuttosto, taccio.
...tornando al discorso di ieri...
...ma sì, perché sono stufo di quelle commedie a due, in cui entrambi dicono una cosa e pensano l'opposto.
- Allora rob, come va?
- Bene.
- Suoni sempre?
- Sì, adesso sto registrando
- Cavolo! Bello! Che cosa?
- Canzoni originali.
- Mmm...davvero?
- Sì!
...e a questo punto...
|
FRASE PRONUNCIATA |
FRASE PENSATA |
- Wow! Allora diventi famoso!!! |
- Guarda te, ancora dietro che sogna...quand'è che mette la testa a posto? |
| - Sì, come no... | - Magari...chissà mai che sia la volta buona! |
| - Dài, non è detto! | - Figurati...va' a lavorare, va'! |
| - Eh già, però è così difficile. | - Stavolta me lo sento, pubblichiamo il disco! |
| - L'importante è crederci | - Non ce la farai mai, pistola! |
| - Eh, ma non basta solo questo... | - Ci crediamo troppo! |
| - Insomma, te lo meriti: tu sei bravo! | - Ma dove cacchio credi di andare? |
| - C'è in giro tanta di quella gente brava... | - Con tutti quei cani che ci sono in giro...il nostro gruppo è troppo forte, ce la facciamo! |
...dopo di che, il commiato di rito...
- In bocca al lupo
- Grazie.
La cosa misera e meravigliosa assieme è che entrambi sanno che l'altro sta pietosamente mentendo. Pretattica. Nessuno osa mettere piede nel terreno della verità. Così si sta ai bordi, in equilibrio sul muretto della diplomazia: si dice ciò che l'altro vuole sentire e che consenta di apparire piacevoli e garbati alle orecchie dell'interlocutore.
Va bene così!
Oh, dagli aggiornamenti del sito pare che non stia pensando ad altro che alla musica in questo periodo.
Esattamente...
Martedì 19 - ore 00.59
Vai a vedere Niccolò Fabi e ti trovi Pier Cortese.
Ieri, Milano, Palazzo del Mazda, sono accorso a rendere ancora una volta omaggio al buon Niccolò, meritevole della composizione e realizzazione di Novo Mesto, uno degli album più importanti, emozionanti e intensi della mia intera collezione. Prima di lui, inaspettatamente, quello che gli inglesi chiamano un opening act, un atto di apertura. Qua da noi lo chiamano gruppo spalla. Il suo arduo compito è quello di rompere il ghiaccio, scaldare la piazza; in cambio ha la possibilità di mettersi in mostra, farsi conoscere ulteriormente. Nel caso di ieri, non c'era un vero gruppo: c'era un duo. C'era Pier Cortese, c'era il suo collega Riccardo Non-Mi-Ricordo-Il-Cognome e c'erano le loro due chitarre.
Di Pier Cortese ho sentito un paio di canzoni alla radio e non so nemmeno se sia mai arrivato alla fine dell'ascolto prima di cambiare stazione. Eppure ieri sera mi sono spellato le mani dagli applausi. Lì, dalla prima fila, ero il capo-clack dell'intero palazzetto.
Perché?
Per rendere il giusto tributo al gruppo spalla, all'opening act.
Perché nella vita spesso ti trovi ad essere un gruppo spalla, un opening act. Cioè si ha la sensazione di salire su un palco che è stato predisposto non per te, ma per altri e la gente che ti sta di fronte sembra ascoltarti distrattamente o non ascoltarti affatto; non è a te che sono interessati, ma a chi verrà in un altro momento. Alcuni ti prendono pure in giro, per quanto gliene frega di te. E nemmeno a te, opening act, frega poi tanto di loro. Sei sulla difensiva. Su quel palcoscenico chiamato vita a volte non ci vorresti nemmeno stare, è che ti ci hanno spinto e ti ci continuano a spingere. E una volta su, non puoi fare a meno di mostrare quanto vali, ben consapevole sarà dura convincere chi nemmeno vorrà degnarti di un minimo di attenzione.
Bene, dopo questi bei pensierini da adolescente in guerra con il mondo e con se stesso, posso pure tornare in cucina a strizzare la bustina e a bermi la camomilla. Prima passo in bagno...in un rigurgito d'adolescenza, m'è spuntato all'improvviso un brufolo: corro allo specchio e...me lo schiaccio!
Mercoledì 20 - ore 5.12 (quello di oggi è un aggiornamento ancora più impegnato del solito)
Tu vai qualche volta nella sezione di corsa, vero? Beh, se così
è, non ti sarà sfuggito il fatto che io sono infortunato.
A tre settimane dalla maratona, cioè nel periodo di massima intensità di
allenamento, io sono costretto al riposo assoluto: la tibia sinistra mi fa
male e sono preoccupato. Io voglio essere ai nastri di partenza l'otto
ottobre prossimo, ma in queste condizioni è difficile allontanarsi di
molto dalla linea di avvio gara. Per chi è abituato a correre, la pausa
forzata è una vera tortura. Contro i consigli della mia
dottoressa-preparatrice atletica personale, nonché amica e lettrice de ilsitodirob,
in questi otto giorni di riposo mi sono concesso qualche camminata, giusto
per sentire il dolore alle tibia e ritirarmi a casa mogio e nervoso. Eh
già, l'umore ne risente eccome. C'è solo una consolazione non da poco in
questo primo infortunio della carriera annuale come maratoneta: ecco,
proprio l'infortunio e solo l'infortunio mi conferisce lo status di atleta.
Siamo tutti alla ricerca di un'identità, no? Eccone finalmente una pronta
per me! Già, perché correre una maratona in tre ore e mezzo (tre ore e ventisei,
prego!) mica vuol dire essere un atleta. L'infortunio, al contrario, è
un'esclusiva dell'atleta. Se alla sciura peppina, casalinga di
Quasso Al Monte, viene il male alla tibia, mica va a dire che è
infortunata: dice che ha un dolore alla gamba. Che è pur la stessa cosa,
ma la chiama con un altro nome. Io istintivamente lo chiamo infortunio,
dagli altri è riconosciuto come tale. Significa, allora, che sono un atleta.
Zoppo, magari, ma atleta. Ora lo so. Devo quindi ringraziare il male
alla tibia.
Ringrazio il male alla tibia e la mia dottoressa personale per avermi consigliato gli impacchi di ghiaccio, che hanno funzionato. Confesso però che assieme agli impacchi di ghiaccio, uso un metodo attualmente sottoposto a sperimentazione ma non ancora contemplato nei manuali di medicina. Per farmi guarire il male all'osso, lo tocco con un peperoncino portafortuna. Semi, australiani; coltivazione in orto nostrano. La mia parte razionale da liceo scientifico è esaltata all'ennesima potenza. Nella...diapositiva...il momento del contatto fra l'amuleto e l'osso dolorante.
Oggi è il primo giorno in cui il dolore sia praticamente scomparso. C'è stata un'accelerazione nella guarigione. Non sarà forse che da domenica non faccio gli impacchi mentre continuo con la pratica del peperoncino?!?
Giovedì 21 - ore 7.08
Vediamo un po', facciamo mente locale: ho dato la cassettina…a chi? L'ho
data a Red Ronnie, poi l'ho data a Diego Galeri, batterista fantastico dei
fantastici Timoria; l'ho data a Brando, cantante che negli anni Novanta
riscosse un discreto successo; l'ho data a…boh, forse a nessun altro.
Fra quelli famosi, si intende. Avevo ventidue, ventitre, ventiquattro
anni; si parla quindi di dieci-quasi-quindici anni fa. Era una cassettina
registrata in uno studio di Gravellona Toce. Noi eravamo i doppioMALTO.
Incidemmo quattro brani. Qualcuno ha ancora quella cassetta che vendevamo
nei nostri concerti a, mi ricordo, settemila lire. A Red Ronnie, Diego
Galeri e a Brando non l'ho fatta pagare: gentile omaggio. Con velata (mica
tanto velata) richiesta di un riscontro. Ben in vista, infatti, c'era il
mio numero di telefono: zero-tre-tre-uno-sei-sei-otto-eccetera-eccetera…
allora non esistevano né email né cellulari. C'era però già la TV a
colori, tanto per non fare i retrò a tutti i costi. La telefonata non
arrivò mai. Conoscere i personaggi famosi era allora un sogno, un
miraggio. L'obiettivo era trovare qualcuno che ci desse una mano. Ah, mi
ricordo le attese, i batticuori, le speranze.
Lunedì
scorso, al Mazdapalace, sono arrivato alle sette e mezzo, di sera; non
c'era nessuno. Sai "nessuno"? Ecco, nessuno. No, uno c'era:
Niccolò Fabi. Era lì, a centro pista, ad ascoltare l'acustica del
palazzetto mentre il suo gruppo provava un pezzo. Niccolò Fabi è il mio
supereroe: sarei potuto andare…non dico a lasciargli la cassettina…ma
a salutarlo, magari chiedendogli di posare per una foto assieme. Sai che
roba, poi, sul sito? L'avrei lasciata in copertina per mesi e mesi.
Invece, no.
L'ho lasciato lavorare. Non l'ho disturbato. Disturbarlo per dirgli cosa? Certo, uscissimo una sera a mangiare una pizza, cavolo se gliene direi di cose, penso passeremmo una bella serata…ma, così, fra il rimbombo e il frastuono di un palazzetto dello sport per giunta ancora a luci spente…cosa potevo dire? E se anche uscissi una sera a cena con Niccolò…no…non gli direi che suono…non gli darei la cassettina… Forse è perché non sogno più? Eh, sì…buonanotte…non direi: sogno più, peggio (o meglio) di prima! È che…boh…cercherei più un rapporto…alla pari, senza secondi fini. Non so. Non so.
Certo
però che…se saltasse fuori l'argomento…se me lo chiedesse lui…
…no,
scherzo…
Venerdì 22 - ore 7.24
Da' un occhio al volantino sopra. Ho pudicamente ritoccato e occultato ogni riferimento alla testata, perché non è questo che interessa. Ingrandisci! Ingrandisci! Signor Roberto Vielmi, oltre 8 mesi sono GRATIS PER LEI. Hai capito? Signor Roberto Vielmi. Nella mia cassetta della posta c'era questo volantino, non imbustato, e, in bella vista, c'era il mio nome. Come se facesse parte di un immaginario titolo di apertura. Ancora, sotto: Signor Vielmi: si abboni a condizioni eccezionali!
Con cadenza quasi-quotidiana ricevo pubblicità di ogni tipo. Di solito, la strada che fa questo tipo di lettere è cassetta della posta-scatolone della carta, pronti per il camion della spazzatura del mercoledì. Senza nemmeno passare del via. Cioè, senza nemmeno che mi degni di aprire la busta.
In questo caso, non c'era busta: c'era solo questo foglio e su questo foglio c'era il mio nome. In grande, in stampatello, al centro. Personalizzazione. Pareva proprio stessero parlando a me e solo a me. Mi stavano facendo sentire protagonista. A me, e solo a me, si stavano rivolgendo per propormi un'offerta sensazionale: il settantatre per cento di sconto per abbonarmi annualmente a quel settimanale, che fra l'altro mi piace ma che mai compro.
Ammetto che il tipo di comunicazione ha la sua efficacia. Vedere il proprio nome così stampato raggiunge lo scopo: stupire, catturare l'attenzione. Nemmeno l'offerta era male. Affatto.
Dopo di che mi sono chiesto perché avrei dovuto NON risparmiare CENTOSEI euro, bensì impoverirmi di TRENTANOVE euro per qualcosa di cui fino a pochi minuti prima non avvertivo l'esigenza. Cioè, prima di ricevere il volantino, non pensavo: Ah, come mi piacerebbe leggere l'XXXXXXXX, peccato che costi così tanto, certo che se costasse il 73% in meno... No, non ne avvertivo l'esigenza... ma ancora una volta arriva in soccorso la pubblicità, con le sue offerte che...ripetiamo insieme...hanno il solo e unico scopo di farti comprare qualcosa di cui non avvertivi affatto il bisogno e facendoti credere pure che stai facendo un affare. Cioè, ti fregano e ti fanno felice. Notevole, no?
Niente, nemmeno stavolta le pubblicità ce l'hanno fatta. Ho vinto io. Ammetto, però, che in questa occasione ci è andata vicino. Comunque, per i prossimi attacchi...signor Vielmi, un corno: Dottor Vielmi.
Sabato 23 - ore 3.30 - 1° Ramadan 1427
ATTENZIONE!
ESONDAZIONE IN CORSO!
Una volta ancora le note e i pentagrammi fuoriescono dagli argini della sezione musica maestro e allagano le pagine del diario di bordo, dove i pensierini vengono prima pubblicati e poi archiviati. Di là invece ci sono comunicazioni di servizio, resoconti di giornata, che vengono cancellati e sostituiti da quelli più recenti. Lo spazio delle emozioni è qua, indelebile, come un marchio a fuoco sulla pelle. L'emozione per quel sogno che stiamo costruendo meticolosamente, tassello dopo tassello. Ci sentiamo come se fossimo a prima dell'inizio, ma la strada è tracciata. La fatica del percorso è comunque tanta e si sente già adesso.
Partito all'una e mezzo di pomeriggio, sfidata anche oggi la Milano-Venezia, con la sua coda perenne, per arrivare allo studio; ritornato a casa alle tre di notte. Abbiamo lavorato sulla registrazione delle voci per sette ore inframmezzate da una cena gustosa. Spaghetti con frutti di mare. E peperoncino a volontà. Per una volta ho sgarrato, ma va bene così.
Come ho detto la volta scorsa e come dissi due volte fa...dovremmo essere a posto: le voci sono finite! Stavolta non ci dovrebbero essere sorprese: tutte le parti sono state registrate e si può iniziare il mixaggio dei tre brani.
Siamo molto molto contenti. Settimana prossima il nostro produttore andrà a scambiare quattro chiacchiere con il direttore artistico di una multinazionale. Sentiremo che aria tira anche di là. E chissà che i nostri stornelli non vengano presi in considerazione per qualche messaggio promozionale di compagnie telefoniche, o di formaggini, o di biscottini per l'infanzia... Intanto, è confermato l'interesse di un editore lombardo per il nostro materiale. Stanchezza e felicità ora viaggiano di pari passo. C'è un altro sentimento interveniente in questo momento: l'impazienza. Sì, vorrei sapere subito come andrà a finire, come evolverà la cosa. Sono curioso, sono curioso.
Una mia cara amica nonché lettrice del corso ieri ha manifestato un suo pensiero: secondo lei chi ha un sogno è una grande persona solo per il fatto di averlo. Penso sia un complimento, vero? Che dici tu? Beh, sì, lo è. Già, forse ha ragione lei. Io ho sempre pensato invece al sogno come un dono, quindi chi ne ha uno è una persona benedetta e non tanto da lodare. In ogni caso mi fa piacere pensare che ha ragione lei. Voglio allora condividere il suo complimento con tutte le persone che hanno ancora la voglia di sognare: sognare di vivere in un mondo più equo e solidale, sognare il bene per la propria famiglia e per i propri figli, sognare di fare un disco (ancora una volta, tiro acqua al mio mulino...), sognare che mettano i sofficini in offerta così da poterne prendere una confezione in più. Sognare, sì, sognare. Come energia di vita.
Pensandoci bene, anche in tempi non sospetti i cinque anni di questo diario sono punteggiati qua e là di elogi al sogno e ai sognatori. Eccone qua un altro. E, a proposito di sognatori, BUONANOTTE!
Domenica 24 - ore 4.33 - 2 Ramadan 1427
-
Ciao!
- Oggi
è iniziato il Ramadan!
- [rido] Vedo che sei informato.
- Lo fai anche tu [sorride]?
- Sì [sorrido]!
- Sélèm [sorride ancora]!
- Sélèm [sorrido ancora]!
Nicola ha tredici anni. Dovrebbe fare la terza media, invece ha appena iniziato la seconda: bocciato l'anno scorso. Halecapacitàmanonsiàpplica, immagino. Nicola è piccolo e paffuto. Ha una carnagione scura, scura scura, più scura di un marocchino, ma è italiano. Italianissimo. Nicola abita di fronte a casa mia, ma ieri, quando ci siamo incontrati, eravamo lontani dai nostri appartamenti.
Nicola ha tanti amici, fra di loro ce n'è qualcuno marocchino. Per Nicola differenza non fa. Per Nicola differenza non c'è. Per Nicola il passaporto ha importanza solo alle dogane e ai cechìn degli aeroporti. Nicola magari discrimina fra juventini e milanisti, ma non certo fra persone di diverse nazionalità.
Nicola non sa niente di movimenti pacifisti e no-global; Nicola non ha la bandiera della pace appena in camera; Nicola viene da una famiglia non particolarmente indaffarate nel sociale: il padre è appena uscito di galera, la madre è disoccupata, mi pare di intuire che abbiano altri problemi. Giusto?
Nicola non è particolarmente impegnato nel dialogo inter-religioso e non attua particolari iniziative di promozione dell'interculturalità. Nicola è un ragazzo semplice, Nicola è un semplice ragazzo. Nicola è un'anima non ancora guastata dalla paura, non ancora corrotta dall'odio.
Nicola vive, osserva, rispetta. Non giudica. Verrà il tempo anche per lui. Spero di no, ma non mi stupirei.
Per ora, sélèm per lui è la semplice traduzione della parola "CIAO". Ha lo stesso suo valore. Sélèm, ciao: intercambiabili. Niente di più, niente di meno. Per lui sélèm non significa Marocco, non significa straniero, non significa arabo, non significa diverso, non significa nemico, non significa minaccia, non significa niente di niente, se non quello che realmente è: un saluto. Un saluto che lui ha imparato dai suoi amici marocchini e che lui ha incamerato nel suo dizionario.
Sélèm, fratello Nicola. Come no, sélèm. As-salamu 'alaikum. A lui e a tutte le persone dal cuore puro, ma anche a chi un cuore puro ha avuto e che sta lavorando perché puro ritorni. Sélèm e...auguri. Anche e soprattutto a me.
ah, mi dimentico sempre...la foto! Nella foto è ritratto del cibo marocchino servito in tavola in particolare nel mese del Ramadan. Sulla mia tavola è arrivato a Settembre, gentile omaggio di amici tornati dalla vacanza nel loro Paese. E ovviamente è sparito nel giro di pochi giorni, molto prima dell'inizio del mese di Ramadan...
Lunedì 25 - ore 4.38 - 3 Ramadan 1427
Passato
è il tempo dell'indignazione, dei moti di ribellione, della
non-accettazione. Ora c'è solo vergogna. Mi vergogno come un cane. Mi
vergogno per cose di cui non ho colpa. Magari mi dovrei vergognare per non
indignarmi più, per non ribellarmi più, per non non-accettare più. C'è
solo rassegnata vergogna, vergognosa rassegnazione. Mi sono stancato di
battermi contro i mali di questo mondo, contro la cattiveria umana, la
meschinità, l'ignoranza. In una parola: il razzismo. Con tenerezza
ripenso a me impegnato in prima linea contro l'ingiustizia. Va beh,
lasciamo perdere.
Provo schifo, sì: lo provo ancora adesso. Con la differenza che ora ci convivo. Non sento più il puzzo. Assuefazione. Non è una bella cosa.
Ieri un amico mi ha portato la Prealpina (per chi legge da fuori Varese, la Prealpina è il quotidiano locale più letto in provincia) del 15 settembre, di dieci giorni fa. A pagina 12 c'è la foto di Badou, un musicista percussionista con cui ho suonato due volte negli anni passati qui a Lonate Pozzolo in concerti per me memorabili.
Ho letto la sua storia e mi ha fatto male. Male, male, male. Come i vecchi tempi. Una scintilla di rabbia s'è liberata da sotto la cenere di antiche speranze andate in fumo.
La vergogna, poi, ha preso il sopravvento. Mi sono vergognato, sì. Come un cane.
A proposito: ...ma...da quando i cani... si vergognano?
Martedì 26 - ore 13.05 4 Ramadan 1427
Spesso mi si chiede come si faccia davvero a digiunare, ad astenersi dal cibo e dalle bevande, dall’alba al tramonto. Raramente mi si chiede della vera impresa: il risveglio prima che sorga il sole. Il risveglio, molto prima che sorga il sole, visto che a casa mia non bussa il servizio catering: sono io quello che deve cucinarsi qualcosa. Certo, potrei utilizzare il microonde, ma mi fa molta tristezza. No, la verità è che ce l’ho come soprammobile in cucina e non l’ho mai imparato a usare.
Dicevo, nessuno mi chiede come si possa mai svegliarsi alle quattro e mezzo di mattina. Peccato, perché non può ascoltare la risposta. E la risposta è…semplice: basta non andare a letto! È quello che ho fatto ieri. In giornata sono stato convocato d’urgenza, pomeriggio per la sera, a Bergamo, in sala di registrazione. Avevo in precedenza ricevuto una chiamata sconsolata del produttore: le voci non lo convincevano. Erano…troppo precise, quindi…robotiche, poco naturali, poca anima. Rischi da sala di registrazione, con tutte le sue tensioni e la sua tecnologica e digitale artificialità. La volta precedente, uscendo dalla sala di registrazione, ci pareva fosse tutto a posto. Le orecchie, già corrotte da ore e ore di musica in cuffia, ci avevano tradito. Il mixaggio aveva fatto il resto, evidenziando le perplessità. Si spera d’aver ovviato al problema con la nuova registrazione di ieri, per la quale abbiamo cambiato metodo di lavoro. Non tedierò con dettagli tecnici.
Oggi sono tornato, dicevo, alle 4. Giusto in tempo per mangiare qualcosa e fare le scorte per la giornata. Andare a letto, svegliarsi alle 7 in vero coma, non capire chi fossi, dove fossi e che ora fosse; mangiare una fetta biscottata con marmellata, non accorgersi nemmeno lontanamente che il digiuno era già iniziato (non essendoci l’intenzione –e, giuro, non c’era- il digiuno non è rotto e può continuare), accendere il computer, scrivere qualcosa, guardare l’orologio sul monitor, solo allora realizzare che fuori c’era già luce, che eravamo al 26 Settembre o 4 Ramadan, sentirmi un po’ in colpa, pensare a quanto sono fuori, farmi una doccia, correre al lavoro.
Oh, sono così addormentato che non riesco a far fuoriuscire le emozioni. Che ci so. Mi tirerei un secchio d'acqua in faccia. Siccome non sarebbe abbastanza, faccio il contrario: mi tuffo io. In piscina. Busto Arsizio.
Ufficiale: se non inizio ad assumere sostanze stupefacenti adesso, non inizio più. E non ho in programma di iniziare.
Martedì 26 - ore 15.19 4 Ramadan 1427
Tornato
appena adesso dalla piscina. Avrei bisogno di un programma di scrittura
vocale, perché gli arti superiori non rispondono ai comandi...
Mercoledì 27 - ore 12.45 5 Ramadan 1427
Allora? I vertici delle ecclesie si sono incontrati? Hanno risolto? Fatta la pace?
Frasi con riferimenti pericolosi, lancio di strali e anatemi, abbozzi di scuse, richiesta di maggior contrizione, invito al dialogo…
Se mi affaccio alla finestra della mia cucina, vedo le case popolari. Un titolare di un'agenzia immobiliare ha detto che ho fatto male a prendere l'appartamento lì: la vicinanza alle case popolare svaluta l'investimento.
Case popolari: posti da cui stare alla larga, edifici abitati da gente pericolosi o da mostri con sette teste.
Nelle case popolari vicino a me c'è un prato. Un grande prato. Un grande prato verde. Dove nascono speranze. Continuo? No! Eh già, Gianni…, per noi cantanti maratoneti Gianni Morandi è un faro.
Dicevo, c'è un prato. Ogni tanto si vedono gli inquilini che si armano di macchina tosaerba, rastrello e scopa. Tagliano, raccolgono, puliscono. Uomini, donne e bambini: ognuno fa il suo. Mica si può chiamare il giardiniere: costerebbe troppo!
Qualche pomeriggio fa con la schiena ricurva sul prato e sul vialetto stavano delle donne, solo donne. Ne ho scorte due in particolare. Una di esse abita al secondo piano, sposata, un figlio, disoccupata. L'altra abita al primo, moglie cognata e madre di due figli. Una è italiana, l'altra è pakistana. L'italiana era vestita in jeans e maglietta; la pakistana, con un coloratissimo abito tradizionale, velo arancione incluso.
La signora italiana e la signora pakistana ispezionavano il prato e raccoglievano non so bene cosa. Prima una parte, poi l'altra…lavoro duro.
La signora pakistana è qua in Italia da dieci anni e penso che della nostra lingua conosca dieci parole. Una all'anno, come media non è male. La signora italiana è messa peggio, perché di Hurdu non conosce neanche salamalékum. Eppure quelle loro due schiene ricurve valgono più di ogni dialogo e sono un'esaltazione dell'interculturalità e dell'interreligiosità.
Capi delle Chiese, Papi, Cardinali, Imam, per quanto avete da insegnare, c’è anche molto da imparare. Se avete ancora problemi a intendervi, fate un giro qui in Via Monsignor Romero. Perché qui c'è gente che già mette in pratica ciò che voi state faticosamente cercando di creare. Power to the people diceva John Lennon. E non solo lui.
Venite, eccellenze, venite pure.
E noi…? E noi…? Sarebbe bello che si guardassero un po' meno telegiornali e si scendesse un po' di più nel piazzale. Nel piazzale non c'è odio, non c'è paura. Scegli tu la tua realtà: quella dei tuoi occhi o quella del tubo catodico. Quella che ti nasce da dentro, dalla tua esperienza, dalla tua storia oppure quella che ti viene iniettata da fuori.
E per tutto questo, ma per tutto tutto, mi viene da ridere.
Strano mondo, il nostro.
Giovedì 28 - ore 6.19 6 Ramadan 1427
Amore,
addio.
Ti scrivo con la rabbia viva di chi cerca di odiarti ma sa che ha ancora bisogno di te. Ti scrivo soprattutto per convincermi che questa volta è finita davvero.
Abbiamo passato tanti bei momenti insieme, ero felice quando stavo con te.
Ora mi sento umiliato. Per te non sono nessuno. Dopo tutto questo tempo insieme...
Avessi mai avuto bisogno di una conferma, l'ho avuta. Il tuo silenzio spiega più di mille parole.
La tua indifferenza mi colpisce, la tua imperturbabilità mi offende.
Non mi hai degnato di un cenno, questa è stata la tua scelta.
Potrai fare a meno di me, certo! Già lo stai facendo. Sono convinto che anche io ce la farò a fare a meno di te. Lo ho già iniziato a fare anch'io.
Mi dispiace sia finita così, avrei desiderato un epilogo differente.
Così era scritto. Su un'offerta promozionale.
Lasciamoci così. Con un iper-abbraccio. Gigante.
Non più tuo,
rob
Venerdì 29 - ore 5.49 7 Ramadan 1427
Fan è un'abbreviazione di fanatic. Etimologia come fonte di
verità.
Sono stato fan dei Pink Floyd, degli Smiths, di Sting e dei Police, di Eric Clapton, di Jimi Hendrix, dei Cure, di Michael Jackson (prima che sbagliasse candeggio) dei REM, dei Radiohead, dei Subsonica e, ultimo in ordine di tempo, di Niccolò Fabi. Anche dei Duran Duran. Sono stato fan di tutti loro e fan ancora sono. La fase acuta, però, è passata. Per tutti, tranne che per Niccolò Fabi.
Il fan incarna tutte le contraddizioni di un'esistenza.
Il fan ama, è nella fase bruciante dell'innamoramento.
Il fan non può concepire che qualcuno sulla faccia della Terra non riconosca il talento dell'artista amato, ma si fa sospettoso e ringhioso quando trova qualcuno che condivida la sua adorazione. Il fan vuole essere unico, il fan crede che nessuno al mondo possa veramente provare le emozioni suscitate da quelle parole e quella musica che tanto gli fanno venire i brividi. Quando un fan incontra un altro fan, gli si avvicina circospetto e lo annusa, cercando un piccolo particolare, una traccia di DNA, per smascherarlo e mostrare al mondo il suo trucco, la sua finzione.
Il fan costruisce giorno dopo giorno un'invisibile e immaginario filo che lo leghi al suo artista. Vuole che il mondo intero lo sappia e per questo indossa indumenti che manifestino la sua devozione. Guai, però, se quel mondo intero osa frapporsi.
Il fan fantastica su quel giorno in cui incontrerà il suo idolo. Lo sogna di notte, lo sogna di giorno.
Può essere che succeda anche. È un grande rischio e, se si supera questa prova, un marchio a fuoco affonda nella carne del fan, che per tutta la vita ricorderà. Il sogno di qualcosa che verrà si trasforma in qualcosa che è stato e per tutta la vita si ripensa a quel momento, a quello che ci si è detti e si dannerà per tutte le parole che si sarebbero potute dire, ma che, nell'emozione del momento, proprio non sono uscite.
Chi almeno per una volta è stato fan, di Neil Young, Nilla Pizzi o chicchessia, si sarà riconosciuto in parte o in tutto ciò che ho scritto.
Chi invece non lo è mai stato, si starà chiedendo una volta ancora e magari una volta per tutte come mai stia ancora qui a leggere 'sta razza di sito di rob. E, tanto per non sentirsi escluso, per sentirsi in argomento, mi starà mandando a fan--- ...dove so io!
Sabato 30 - ore 1.53 8 Ramadan 1427
Equidistante dall'euforia così come dalla delusione.
Impermeabile alla lode così come all'insulto.
Ben disposto verso il consenso ma anche verso la critica.
Precario l'equilibrio sul filo sottile che distacca l'uomo dagli istinti, quelli propri e quelli altrui. Al riparo da tutto ciò che l'essere umano non riesce a controllare. Rimanere sempre e comunque in grado di attribuire ad ogni cosa il suo giusto peso.
Così ne ho bisogno sempre.
Così ne ho bisogno oggi.
Non riuscendoci, scrivo.
Nella foto, il mio amato Panasonic GD70. Dopo sette-anni-sette sempre fedele al mio fianco nonostante le mille cadute e le mille... risalite, ieri se n'è andato per sempre. Più che lui, il caricabatteria. All'atto pratico, è la stessa cosa. Addio anche a te, Panasonic GD70 mio!