LUGLIO 2006

 

Sabato 1° - ore 9.39

Tu conosci ancora qualcuno, specialmente se giovane, che compra ancora musica originale? Veramente conosci ancora qualcuno? Io no! Beh, uno sì, vagamente lo conosco: sono io. Per il resto vedo gente che scarica al computer molto più di quanto scarichi al cesso...e va' che quella gente stitica non è!

Scaricano, scaricano, scaricano e non si sentono in colpa. Anzi, danno del cretino a te che compri l'originale: ¿perchè pagare per qualcosa che puoi avere gratis? Va' tu a spiegare che appropriarsi illegalmente di musica è un furto e che, se tutti scaricassero, la musica farebbe una brutta fine e...e...e...

Beh, io ancora compro. Settimana scorsa, approfittando di offerte ottime, ho comprato tre CD italiani: Terrestre dei Subsonica e, sull'onda dell'entusiasmo suscitato da Novo Mesto, uno dei più begli album di sempre dell'intero sistema solare, ho acquistato Sereno Ad Ovest e La Cura Del Tempo. Inutile dire che era per me facilissimo entrare in possesso di una copia per ognuno dei tre album. Invece ho scelto l'originale. 

Per incentivare questa scelta, la casa discografica che fa? Ti mette la tecnologia Copy Controlled. Non sto a spiegare cos'è, anche perchè - mi viene in mente ora .- non lo so anch'io. Fatto sta che in questo CD c'è una protezione che impedisce o rende assai difficoltosa la masterizzazione. Finisse qui, chi se ne frega. Peccato, però, che questa dannata protezione comprometta a volte anche la semplice lettura del disco. E, vaffambagno, il mio lettore non riproduce La Cura Del Tempo. Risultato: cornuto e mazziato: ho pagato (dieci euro e novanta) per NON poter ascoltare ciò che invece avrei ascoltato se avessi optato per l'opzione gratuita! Cos'ho fatto io? Ho mandato l'ennesima letterina alla multinazionale di turno. Vediamo se stavolta rispondono: 

La morale, comunque, è sempre quella: a fare gli onesti...c'è solo da perderci!!!

 

Spett.le EMI,
ho appena acquistato (a Messaggerie Musicali - Milano) il CD "La Cura Del Tempo" di Niccolò Fabi.
Con mio dispiacere, il mio lettore non riproduce il disco, come non fosse un Compact Disc.
Mi è stato detto che il problema potrebbe derivare dalla tecnologia Copy Controlled, ma è la prima volta che mi capita questo inconveniente, pur avendo altri CD marchiati CopyControlled.
Sono andato a Messaggerie a farmi cambiare la copia, immaginando fosse un difetto del disco acquistato, ma anche la sostituzione mi dà gli stessi problemi.

Già conoscevo il disco di Niccolò Fabi e avrei potuto tranquillamente farne una copia da amici, ma l'ho acquistato privilegiando sempre e  l'originale, dovendo sopportare l'ironia di chi mi dà dello stupido pensa  che io stia "buttando via i soldi". Rammaricato, però, riscontro che chi sceglie l'originale risulta PENALIZZATO.

Come posso ascoltare "La Cura Del Tempo" in originale?

Ringrazio per la cortese attenzione e porgo distinti saluti.

Roberto Vielmi

 

Domenica 2 - ore 7.42

Ecco un caso particolare che assurge a emblema del rapporto viscerale e totalizzante che si instaura un Paese, l'Italia, e la sua Nazionale di calcio. 

Era Venerdì scorso ed erano le nove di sera. Nove di sera passate. La luce, già orfana dei raggi del sole, filtrava a fatica fra il tetto di frasche del bosco. I due chilometri di terra battuta che si protendono fra gli alberi della via Gaggio erano deserti; chi conosce quel posto, frequentatissimo, sa che c'era da stupirsene. 

Nessuno all'orizzonte, solo qualche sparo di fucile in lontananza. In lontananza, sì, ma fino a che sono udibili comunque non lontani a sufficienza. 

La mia sessione di allenamento poteva già dirsi conclusa: ero scoppiato già molto prima. Alternando momenti di corsa leggera ad altri di camminata pura, stavo raggiungendo casa. Ad inquietarmi, oltre al mio stato fisico penoso, ancora quei colpi di arma da fuoco: ogni movimento degli arbusti mi causava un certo qual spavento. 

Un quarto d'ora più o meno: tanto m'è servito per sbucare dall'altra parte del bosco, ma trecento metri prima della meta, è andato in scena l'impossibile. 

Dal nulla, dal perfetto nulla alla mia destra, da un luogo che io immaginavo popolato solo da tronchi, rami ed esemplari di fauna locale, una voce umana amplificata da un megafono annuncia: «L'italia è in vantaggio!!!».

 

Sono esploso a ridere. Non se ne esce, ho pensato. Gioca la Nazionale di calcio e la Nazione si ferma. Non ha senso sottrarsi all'evento, è l'evento che segue te.

 

Martedì prossimo ci sono le semifinali: un'altra partita e altri 90 minuti di passione. Tanto vale, la guarderò. 

 

Lunedì 3 - ore 5.31 

Giochiamo martedì, ce la possiamo fare. 

Giochiamo, possiamo: modo indicativo, tempo presente, prima persona plurale.

Già, prima persona plurale: io più te, io più voi, io più loro, io più gli altri. Assieme.

Ah, Usséma, Usséma. Tu e il candore, tu e l'innocenza dei tuoi dieci anni. I tuoi dieci anni tuo malgrado pericolosamente vissuti, pesanti come cento, ma che ancora non ti hanno strappato la voglia di sperare. 

Ah, Usséma, Usséma. Io ti ho sempre sentito chiamare così, non ho mai visto scritto il tuo nome, però di sicuro si scrive Osama. In Marocco tra "o" e "u", tra "a" ed "e"...lasciamo perdere, sta di fatto che tu ti chiami Osama. Già, come quel sciùr là, il Bin Laden. Usséma, Osama, tu sei nato qua, vero? Già, sei nato qua oppure ci sei venuto più o meno in fasce. 

Parli l'italiano come un italiano. Sì, perchè tu sei un italiano. Perchè noi giochiamo martedì, perchè noi possiamo farcela. 

Esiste una cittadinanza di carta e una cittadinanza di fatto. La prima, quella di carta, se di carta soltanto rimane, è buona solo per pulirci quello che sappiamo noi; la seconda è quella vera, quella che non ha bisogno di essere certificata da nessuna questura e da nessuna anagrafe. È quella che sgorga spontanea da una frase, da un pensiero. 

Non ti preoccupare, Osama: adesso c'è tanta gente che non ti vuole italiano. C'è tanta gente qua a Lonate Pozzolo che vorrebbe saperti lontano, altro che italiano! Questo è un paese che odia, perchè noi siamo allevati all'odio, all'intolleranza. Ce li spruzziamo un po' su tutto, come il formaggio grana sulla pastasciutta. Perchè sai, Osama, l'odio e l'intolleranza sono le risposte più semplici che alcune volte si possono dare. È mancanza di cultura, Osama. È questa la sfida. 

Non ti preoccupare, Osama. Sì, non ti preoccupare perchè io vedo che voi siete diversi. Voi ragazzini, voi bambini, intendo. Tu Osama giochi con Marco, che gioca con Ashraf, che gioca con Giuseppe, che gioca con Mamadou, che gioca con Elisa, che gioca con te. Giocate insieme, certo, perchè non vedete nessun motivo per cui non farlo. Litigate anche, ovvio, come litigano tutti i bambini di questo mondo. Litigate, ma senza mai tirare in ballo il passaporto. Perché voi non avete frontiere: per voi è naturale ciò che per i grandi è una conquista culturale. Il futuro siete voi, Osama. Non quei vecchi, di pensiero prima ancora che di età, che morti già sono.

 

Osama, fratello d'Italia, sono d'accordo anch'io...ce la possiamo fare: Martedì e...non solo.  

 

Martedì 4 - ore 13.10  

Milano, Piazza San Babila-Piazza Duomo: settecento metri, dieci minuti a piedi. Settecento metri, dieci minuti e una cinquantina di pause forzate per dar retta a chi ti vuole vendere il libro sull’Africa. Una cinquantina, sì, tante quante sono le telefonate che ricevi in una pausa pranzo qualsiasi da quelle mannaggialóro vocine del telemarketing, quelle vocine che…se sei maleducato tu, ti senti in colpa…ma se fai il gentile e con calma cerchi di spiegare che non ti interessa, che hai su la pasta, che stai facendo altro, che non fai affari per telefono…ecco, allora quasi si arrabbiano loro…e poi ti arrabbi tu…e il cerchio si chiude.

La cinquantina di soste obbligate a Milano, dicevo. Tu cammini e sta’ sicuro che ti si fionda qualcuno vicino, ti cerca e prende la mano ovunque tu l’abbia e te la stringe. Per carità, nessun problema. Anzi, te la stringo io per primo.

-          Ciao, fratello!, ti dice. Fa l’amicone.

-          Eeeeh, fratello?!?, dico un po’ provocatoriamente io. Sì, perché già so dove vuole andare a parare.

-          Eh sì, perché siamo tutti fratelli, sai? Bianchi, neri…tutti uguali. E parte col pistolotto ui ar de uorld, ui ar de cildren, che posso anche condividere ma che lì stona perché è palesemente il preambolo, la premessa – o specchietto per le allodole – per il vero oggetto del discorso: il libro!

A me non piace quel commercio da strada, grazie al cielo posso usufruire di forme più significative per manifestare la mia vicinanza ai miei fratelli migranti. No, tirar fuori qualche euro per comprare un libro, che poi mi immagino non essere un caposaldo della letteratura…no! E poi c’è il fatto che se tu, come me, fai per anni il tragitto Piazza San Babila – Piazza Duomo andata e ritorno e se tu ti fermi a comprare libri su libri arriva il momento in cui ti viene l’ernia al disco per il peso di ‘sti cacchio di libri e poi dovrai mettere giù il tappetino anche tu e vendere i big jim e i giochi in scatola perché non avrai più una lira da parte!

È così che non inizio neanche le chiacchierate con i commercianti migranti, però non mi sottraggo al saluto, alla stretta di mano…cerco solo di non intavolare discorsi…

L’ultima volta, solita menata. Appunto, ciao fratello di qua, ciao fratello di là, siamo tutti fratelli, africano…europeo…tutti uguali…e poi… truuuz…spunta il libro (lo stesso da anni, fra l’altro). Cerca di infilartelo in mano, io ringrazio e dico che non mi interessa: lui mi chiede di fermarmi e guardarlo, io continuo la marcia e lo ringrazio con il massimo della cortesia di cui dispongo. Poi lui capisce che non attacca e allenta la presa. Io lo saluto. Lui no. Allora mi arrabbio io: oh, si saluta! Solo a quel punto, già lontano, sputa un mezzo arrivederci imbrattato di astio e rancore.

Eh no, amico migrante, noi non eravamo fratelli. Volevi affratellarti con mio portafoglio, con i miei maledetti euro. Non con me. Ma tu non hai bisogno dei miei quattro euro, te l’assicuro.

Come io non ho bisogno di sentirmi buono dandoteli.

Non è successo niente, fratello (?). È solo che, sai, a nessuno piace essere preso per il [non ho messo il bollino dell’avviso ai parenti…]

 

Mercoledì 5 - ore 00.07  

SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! 

Ce l'abbiamo fatta! Siamo in finale! Facciamo festa!

E poi...tedeschi, a casa!!! (ma essi sono già a casa!!!). Già, li abbiamo battuti in casa. Che gioia! Poi, all'ultimo minuto: quando oramai non ci speravamo più. Che bello! Che bello, che bello! Che bello, che bello, che bello!!!

 

Per...chi-si-fosse-messo-in-collegamento-in-questo-momento, beh...nulla di strano: un altro italiano, innamorato del pallone e della sua nazionale di calcio, che sfoga la giusta gioia per un'impresa non da tutti i giorni. 

Per gli abituali lettori del sito...ehm... dài, stavo e sto incarnando la vera indole di un fratello d'italia d.o.c.: quella di saltare sul carro del vincitore!!! Non vedi che maglietta che avevo su [prosa sopraffina...]?!? E non dire a nessuno, per favore, che ce l'avevo su per caso: è una di quelle che metto sotto la camicia del lavoro, per non chiazzare l'ascella. Mi sono tolto la camicia e m'è rimasta addosso quella. ...e sì che io mi vergognavo un po' ad andare in giro con la mia magliettina, che già tanfava di odore di luglio; invece, nella mia camminata da parte a parte di Lonate Pozzolo, ho fatto bella figura con tutti i tifosi e anche con un giovane fascista che, bontà sua, mi ha fatto i complimenti per il capo d'abbigliamento. Vagli a spiegare chi sono i Timoria e che quel simbolo non c'entra una...va beh...

 

Insomma, stasera abbiamo vinto. Sì, sì: l'ho vista anch'io. Sono stato invitato, ho accettato l'invito. Ho seguito, partecipato, sofferto e infine esultato. Sinceramente!

 

Ritornando a casa, ancora a piedi, ho applaudito le macchine strombazzanti e sbandieranti che incrociavo. Ho applaudito anche il camion che trasportava minimo trenta ragazzi seminudi e semifolli sul rimorchio. Ho applaudito anche l'immancabile orgoglio magiaro che si è manifestato in proporzioni gigantesche proprio sopra il bar della piazza Sant'Ambrogio di Lonate Pozzolo. 

 

Ho applaudito anche a Osama. Osama, specifico sempre per chi-si-fosse-messo-in-collegamento-in-questo-momento, quello dell'altrieri, non quello del telegiornale. Ho applaudito per lui, anche se non l'ho visto. Non mi serviva. So che ha gioito. Osama ce l'ha fatta. Ce l'hanno fatta. Ce l'abbiamo fatta. Insieme. 

 

Giovedì 6 - ore 6.58   

La copertina di "The Eraser", album solista di Thom Yotke nei negozi dal 10 luglio 2006 È successo, già. 

È proprio vero, ribadisco: se idealizzi qualcosa, o qualcuno, o qualcosa di qualcuno, molto rischioso è il momento del riscontro empirico, della verifica. Quel castello di fantasie costruito con dedizione e impegno rischia di crollare miseramente. Di crollare miseramente, con il suo artefice ancora all'interno.

 

Da mesi, meno il tollone del nuovo album di Thom Yorke, già e tuttora cantante dei Radiohead. 10 luglio, data storica: esce The Eraser, il primo album solista di Thom Yorke. Ovviamente io impazzisco. Impazzisco perchè amo i Radiohead, perchè amo The Bends, perchè ho i brividi per OK Computer, perchè ho imparato a voler bene sia a Kid A che ad Amnesiac. Sono stato ai loro concerti e ho trascorso dei momenti intensi. Ho accolto con piacere Hail To The Thief, acquistandolo a scatola chiusa e la stessa cosa ho fatto per The Eraser: ho prenotato la mia copia su internet. Ieri, il danno: ho potuto e voluto sentirlo in anticipo, in anteprima. Non a spizzichi e bocconi: tut-to. Eh beh? Beh...ci dovevamo arrivare prima o poi, no? È successo prima e...come si dice per un mancato matrimonio...meglio prima che poi...

...allora...è successo che l'ho ascoltato e, come ampiamente annunciato, ho cominciato a sentire i primi tip-tip-tititìp-tip cipitìp tip...e via così, con batterie elettroniche, campionamenti, tastiere. Con la voce sempre e comunque meravigliosa di Thom Yorke. 
Me l'immaginavo così, del resto; non volevo, però, affrontare il problema. Preferivo non chiedermi se era davvero questo che volevo. Speravo forse che dietro quei tric e trac del computer si celassero nove gemme, nove perle. Sognavo di potermi meravigliare. Non mi sono meravigliato: ho sentito una volta l'album. Tutto. Prima canzone e ho sperato nella seconda. Seconda e ho sperato nella terza. La terza...e così via. Fino alla nona e ultima. Non domo, ho tentato di risentire le nove tracce. 

 

È così difficile dirsi la verità, a volte.     

 

È così difficile liberarsi di un'abitudine, anche quando quell'abitudine crea disagio. Si soffocano le sensazioni negative con l'anestetico della continuità. La devastazione del cambiamento scava crateri nei quali si precipita. 

 

Ora quel cratere s'è scavato e con le unghie mi aggrappo al suo bordo.

 

Mi sono riconnesso a Internet, ho cancellato l'ordine. E per riempire il vuoto ho acquistato d'urgenza, pari prezzo, il nuovo CD dei Pearl Jam. Sì, perchè i Pearl Jam usano le Gibson, perchè i Pearl Jam usano le batterie, i bassi, e le chitarre distorte. Perchè i Pearl Jam fanno tanti yeah!, fanno tanti oooh!, fanno tanti uaaah! Insomma, fanno tanto rocchenróll! Quando fanno musica, loro sudano; non vengono loro gli occhi rossi per il troppo tempo davanti al monitor. E io voglio annusare quel sudore. E io amo il rocchenróll. 

 

Ogni tanto è meglio dirsi le cose che si danno sempre per scontate. Occhio che, a scontarle troppo, va a finire che la si paga cara...

 

Tredici euro, andati. Già. Stavo attendendo, come al solito, che il prezzo scendesse. È stata un'emergenza.

 

Venerdì 7 - ore 6.58  

Khalid parte. Destinazione, Marocco. Dopo tre anni, va.

Nella valigia infila una nuova lingua, tre promozioni (terza media, prima superiore, seconda superiore), quintalate di vita e di esperienza.

Ci infilerà anche un po’ di me. Mi ci infilerò un po’ anch’io.

Khalid parte e ieri è venuto a salutarmi.

Quest’anno (scolastico) ci siamo visti poco poco. Niente o quasi, direi. L’anno (sempre scolastico) scorso era stato diverso: tutte le sere o quasi giù di brutto a studiare, a scrivere riassunti, a risolvere equazioni. Partiti dal disastro, eravamo arrivati all’eccellenza. Nel diario di agosto 2005, giorno otto, un po’ ho raccontato di tutto questo. Quest’anno, niente di simile: è arrivata la musica, è arrivata la maratona, è arrivato il bisogno di tanto tempo libero da dedicare a me, solo a me, a nessun altro che a me. EGOISTA! Una cosa un pelino strana, però è successa.

 

Dieci di sera, un chiarore appena abbozzato da un paralume marocchino all’angolo fra i due divani, Khalid seduto su uno e io sull’altro. Khalid è passato a trovarmi, a salutarmi. Con sé ha portato la sua amicizia, la sua serenità e quel suo profondamente sincero senso di gratitudine che nei suoi gesti e nelle sue parole diventa arte. Con sé ha portato anche la pagella appena ritirata: PROMOSSO. Stavolta facendo tutto da solo. Quando si dice…forza di volontà.

 

Khalid parte, Khalid va. Pullman. Arriverà in tempo per vedere la finale dell’Italia. Vuole che lo chiami al fischio finale della partita. Lo farò.

 

Khalid parte, Khalid va.

Tristezza? Malinconia? Nemmeno per sogno.

 

Non fosse altro perché a Settembre torna.

 

Sabato 8 - ore 8.38

In desolata solitudine o in compassionevole compagnia. In un modo o nell'altro, ma...vederla bisogna. 

La finale terzo-quarto posto dei mondiali. 

Un ritratto impietoso e fedele della condizione umana. 

D'un tratto il calcio cessa d'essere spettacolo e diviene rappresentazione di vita. 

 

La finale terzo/quarto posto è vita, solo vita, nient'altro che vita, così come la interpreta la maggioranza della specie umana di quest'opulento spicchio di mondo. Sì, perchè alla finale terzo/quarto posto incredibilmente manca un elemento imprescindibile: la speranza. Nella finale terzo/quarto posto non spera più nessuno: passato è il tempo della speranza. In campo scendono solo sconfitti. Una sconfitta che ancora brucia.

 

Gli attori corrono, passano, tirano: recitano la loro parte con apparente normalità. I loro gesti, però, sono svuotati di senso. Al fischio finale, nessuno esulterà e, se lo faranno, sarà ben misera messinscena, che di certo non ripaga del senso di sconfitta che pervade la loro mente. 

 

Senza speranza non si può giocare a calcio: la partita è inutile. 

Senza speranza non si può giocare a vivere: l'esistenza è inutile. 

 

Eppure...

 

Domenica 9 - ore 9.33

Aumentassero la benzina a otto euro al libro, per quello che ci interesserebbe, non ci scomporremmo. Anzi, lasceremmo la mancia al benzinaio. 

Ci fosse un colpo di stato, ce ne accorgeremmo minimo mercoledì, tardo pomeriggio. 

Ci venisse recapitata la lettera di licenziamento, proveremmo a preoccuparci ma proprio non ci riusciremmo. 

 

Italia contro Francia, Francia contro Italia. Questa sera, finale del Campionato Mondiale di Calcio. E l'Italia si ferma, la Francia si ferma, il mondo si ferma. 

 

Fermiamoci, allora!

E allora...FORZA ITALIA, porco cane cane porco! (sai com'è...ho appena finito di leggere Animal Farm di George Orwell). 

 

FORZA ITALIA!

 

Se delirio collettivo deve essere, che delirio collettivo sia!

 

Forza Azzurri un paio di cosiddette: FORZA ITALIA!!! Difendere la patria significa difendere il suo vocabolario! Giù le mani dalle parole di tutti! Guai a chi osa privatizzarle, soprattutto per usi tra l'altro discutibili assai...

 

FORZA ITALIA! Forza ai ventitre giocatori all'interno dello stadio, forza all'allenatore e i suoi collaboratori, forza ai tifosi che hanno speso migliaia di euro (?!?**§ç#) per l'acquisto di una breve frase: IO C'ERO; forza ai sessanta milioni meno briciole che tremeranno, fremeranno, grideranno. Forza anche a quelle briciole, perchè tutelare le minoranze è la mia missione e perché dopo tutto io sono con voi! Sono uno scettico prestato al tifo. E se tifo deve essere, almeno che sincero sia. Sincero sarà. 

 

FORZA ITALIA! Ora e sempre.    

 

Lunedì 10 - ore 1.30

Ah, ieri. È stata una bella giornata. 

Una giornata iniziata alle 3 di notte, quando sono finalmente riuscito a prendere sonno. A letto mi rotolavo già da mezzanotte. Queste sono le fatiche della vita. 

Alle nove e qualcosa, poi, mi sono svegliato. Aggiornamento del sito, cappuccino fette biscottate e marmellata, musica. Musica, un sacco di musica. Tra gli altri, Layla dei Derek and The Dominos di Eric Clapton e Unplugged - The Official Bootleg di Paul McCartney, due meravigliosi vinili che colpevolmente per anni ho tenuto in rigorosa posizione verticale. 

Balcone, tanto balcone. Mattino e pomeriggio. D'estate il balcone diventa il mio monolocale.

È stato il fine-settimana di George Orwell: Animal Farm prima e Nineteen-Eightyfour poi. Ho finito il primo e ho iniziato (di nuovo) il secondo. Ho dato una leggiucchiata anche al mio libro di arabo-marocchino, scritto da un docente universitario americano. 

Mattina e pomeriggio di letture, quindi. Alle quattro di pomeriggio, inaspettato, l'abbiocco. Appena in tempo per buttarmi sul materasso. Lì sono rimasto fino alle cinque e mezzo, scombussolandomi i piani per l'allenamento: alla fine ho tentato di fare una corsetta, ma dopo venti minuti ho lasciato perdere. Non era giornata. 

Sono rientrato, l'integratore, una banana, un po' di carboidrati sotto forma di spaghetti, una doccia, mi sono vestito, sono uscito. 

 

Poi? La sera? Cos'ho fatto la sera...? Cacchio, non ricor...cos'ho fatto la sera? Boh... 

Mah...lascio, al limite se mi viene in ment...

 

...ah già!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! 

 

Martedì 11 - ore 00.29

Leggere un libro significa visitare un mondo. 

C'è modo e modo per visitare un mondo: lo si può sorvolare tenendosi a debita distanza; lo si vede, si gioisce dei paesaggi e dei colori, con un rapido passaggio si ruba un'emozione. 

Quel mondo si può anche conoscere un po' più direttamente. Si può calpestare il suo suolo, respirare i suoi profumi, captare le sensazioni che trasmette.

In quel mondo ci si può anche immergere come si fa quando ci si adagia in una vasca da bagno. E sei nel mondo. 

Leggevo Animal Farm e, in quel crescendo lento e inesorabile di impalpabile disperazione, nell'esatto momento in cui la canzone, l'inno, della Rivoluzione, Beasts Of England, viene bandita dalla Fattoria, il mio volto si è deformato in una smorfia di dolore. Dolore fisico, sì. Mi ha fatto male. Non stavo leggendo il libro: era il libro a leggere me. Ci stavamo leggendo.

 

Anche durante la partita di domenica scorsa il cuore mi batteva più forte del solito. Non avevo il cardiofrequenzimetro, ma...la soglia anaerobica non era lontana. Buffo, no? Davvero non m'interessava così tanto che l'Italia vincesse. Semplicemente ho capito che non volevo perdesse. 

 

C'è poi stata la festa. 

 

Pooo, poppó-pó-pó pooo pó...

Pooo, poppó-pó-pó pooo pó...

Pooo, poppó-pó-pó pooo pó...

 

E stato un po'..., un... pooo', poppo'-po'-po' pooo po'... imbarazzante, però, tornando a casa a piedi, è stato bello trovare la piazza di Lonate Pozzolo nel suo piccolo intasata da gente festante e sbandierante. È stato bello applaudire il carosello di motorini, automobili e camion. 

 

È stata una festa. Al di là di tutto, è bello vedere tanta gente che trova un'occasione simpatica per trovarsi insieme. Per respirarsi, per toccarsi, per abbracciarci. Bello! Festa per gli italiani, quelli per nascita e quelli d'adozione. Assieme agli italiani di passaporto, tanto Senegal, tanto Ghana, tanta Nigeria. Tanto Pakistan e tanto Marocco. Tanto Ecuador.

 

E poi, come sempre, prima durante e dopo la festa, tanta tantissima...Ungheria: 

 

Ungheria, è tutta intorno a me. È tutta intorno a te. È tutta intorno a noi. 

 

Mercoledì 12 - ore 12.53

Quando non so una parola in inglese…dovresti vedermi.

Mi avvilisco, mi incupisco…non capisco..

…che poi è assurdo. Assurdo io abbia la pretesa di conoscere l'intero vocabolario inglese. Anzi, quando trovo una parola nuova dovrei essere contento. Un occasione per ampliare la mia conoscenza. Infatti è così. Passato lo scoramento, trovo vigore in quel qualcosa-in-più che prima non sapevo e che ora so; quel granello di conoscenza in più che dà significato alla giornata e alla vita.

            Il benessere dura fino a quando non ritrovo la stessa parola ho cercato sul dizionario e…capisco di essermela dimenticata!!! Lo scoramento ripiomba più cupo e grave che mai…

 

Non se ne esce.

 

Se ne esce, se ne esce!

 

È un periodo di grande amore per la lingua inglese. No, quello c'è sempre stato: è un periodo, allora, di grande dedizione alla causa. Purtroppo non ho mai-mai-mai occasione di praticare la lingua, ma questo è poco male. La pratico fra me e me.

 

Le lingue in generale sono meravigliose. Studiare le lingue concede l'occasione di approdare a più fonti di conoscenze. Comunicare in più lingue consente di scambiare esperienze con un numero maggiore di simili. Parlare più lingue rende duttile il ragionamento e rimanda a un altro punto di vista. E di udito. E di eloquio.

 

Amo le lingue straniere, amo l'inglese. Mi piacerebbe andare a vivere là. Eh, andare a vivere là…l'ho già detto troppe volte… farei meglio a tacere.

 

Taccio.

 

Tènchiu.

 

Giovedì 13 - ore 6.47

I racconti della guerra... i nostri anziani ci hanno amabilmente spappolato i cosiddetti con l'epopea delle battaglie e delle difficoltà di quei tempi. 

E noi? Cosa potremo raccontare per ritrarre la difficoltà di questi tempi? 

Beh, a dire il vero anche adesso l'Italia è in una guerra, in Iraq. Peccato però non si possa chiamare guerra perchè la guerra è finita; allora siamo in pace, ma nel dubbio ci portiamo i caschi e i fucili e i carroarmati...

Dico, anche noi abbiamo la nostra guerra da raccontare, però io di questa guerra meno parlo e meglio sto: c'è abbastanza da vergognarsi...

...allora sostituirò i racconti della guerra con le mie avventure alla radio...: avevo vent'anni e facevo il digèi: la radio si chiamava Top Radio Busto. Non indovinerai mai dove aveva sede la radio: Busto Arsizio. Peccato. Pensa avesse avuto sede a Gallarate: Top Radio Busto con sede a Gallarate! Splendido! Avrebbe incarnato meravigliosamente le contraddizioni di questi tempi. Invece no, Top Radio Busto aveva tristemente sede a Busto Arsizio, che dista 10 chilometri da Lonate Pozzolo. 

Dieci chilometri sono pochi se li percorri in macchina. Sono un po' di più se li fai in motorino, il mitico ciao, quello che ormai hanno in mano solo fratelli marocchini o senegalesi ma che vent'anni fa (vedi che fa già molto racconto-di-guerra...?) era l'unica cosa che c'era o una delle poche e soprattutto una delle più belle. Sono un po' di più, dicevo, se li fai in ciao. La distanza pare più lunga ancora se devi partire di casa, anche d'inverno, alle sei e mezzo di mattina e se per caso nevica!!! Nevica?!? Motorino?!? Avevo vent'anni, già patentato. Automunito. Automunito ma autoprivato. Sì, perchè a casa mia non piaceva molto il fatto che io facessi il digèi a Top Radio Busto invece di studiare. Allora io sdegnato pigliavo il motorino, perchè il motorino era mio e la macchina no!!!

Ah, che buffi quei tempi!!! Non ci penso quasi mai, però è sempre bello ricordare...il tutto è durato due anni, forse tre. Poi è arrivato il Servizio Civile, cioè l'unica alternativa possibile all'addestramento obbligatorio al rapimento di stato chiamato servizio di leva, e tutto finì. Lo Stato mise fine alla mia passione, E magari ha fatto bene, perchè il Servizio Civile ha cambiato, rivoltato, stravolto, la mia vita. 

Non saprò mai se è stata la mia salvezza o la mia rovina. 

Nel dubbio, vivo. 

 

Venerdì 14 - ore 6.45

I racconti della guerra non sono racconti della guerra se non durano almeno otto ore e tre quarti e se non vengono serviti a puntate per più e più giorni. 

I racconti sulla radio, surrogati dei primi, non potranno che seguire lo stesso canone. 

Il canone prevede la ripetizione. Allora ripeto e riparlo di quell'odissea Lonate Pozzolo-Busto Arsizio sotto la neve quasi ghiacciata di un Gennaio di un millennio fa alle sette meno qualcosa di mattina. Tutto buio attorno e, se non era buio, era bianco come i fiocchi e, se non era bianco come i fiocchi, era giallo come i lampioni. 

La sbandata, ah quella sbandata! Forse la sbandata alla rotonda lì vicino alla radio è il mio unico ricordo dei miei vent'anni. Andavo a cinque all'ora e se dico cinque probabilmente arrotondo in eccesso. Nonostante ciò, rimanere in equilibrio era così difficile. 

E comunque sono arrivato. E comunque ogni mattina arrivavo. 
Arrivavo, legavo il ciao a un palo, aprivo la porta del grattacielo e prenotavo l'ascensore. Grattacielo?!? Uno scrive grattacielo e pensa a centocinquanta piani: a dire il vero quel palazzo ne aveva quindici. Fosse stato a niu iorc, sarebbe stato una baracca. A Busto Arsizio faceva la sua porca figura. La radio era all'ottavo piano. A me spettava l'apertura dei programmi e, prima ancora, l'apertura dell'appartamento che ospitava gli studi. In radio non c'era nessuno. In quelle radio non c'è il portinaio, la segretaria, il centralinista, il regista. O meglio, ci sono: sono sempre la stessa persona e quella stessa persona ero io, il digei: io parlavo, io puntavo i dischi, io caricavo le cassette delle pubblicità, io rispondevo ai telefoni...insomma, ci si arrangiava. 

Poi c'era il momento-culto: la rassegna stampa. Che cosa ci vuole per fare la rassegna stampa? Beh, ci vogliono i giornali. E dov'erano i giornali? Beh, dove sono oggi: in edicola. Ecco allora che in edicola bisogna andare. L'edicola era giù nel piazzale. Allora? Secondo te chi andava giù a prendere il giornale?

 

Esatto. 

 

Sempre io. 

 

Funzionava così: quasi alla fine del brano sul piatto uscivo dalla radio e chiamavo l'ascensore, poi il disco finiva e annunciavo quello successivo. Il disco successivo all'annuncio non era scelto a caso, doveva rispondere a un requisito ben preciso: la lunghezza minima di sei minuti, tanto quanto mi bastava per uscire dalla radio, scendere al piano terra, attraversare la strada, prendere la Prealpina dall'edicola, riattraversare la strada (rischiando ogni giorno d'essere investito), ritornare nel palazzo, salire all'ottavo piano, rientrare nell'appartamento e...ancora col fiatone...aspettare il disco non ancora finito per un pelo e...via con la sigla...lettura dei titoli della Prealpina. Già, la nostra rassegna stampa iniziava e finiva lì. Ma andava bene così. 

 

Sì che andava bene così. 

 

Prendere o lasciare. E noi sempre e comunque prendevamo.

 

 

 

Ah, nel pensierino di ieri magari avrai notato ieri un fa, voce del verbo fare modo indicativo tempo presente terza persona singolare, accompagnato da uno sciagurato apostrofo. Beh, magari non sai della recente circolare del Ministero della Pubblica Istruzione, che oramai manco più si chiama così: la circolare autorizza l'uso dell'apostrofo solo se è scritto prima delle sette di mattina. Ho ripulito...ho ripulito... 

 

Sabato 15 - ore 00.05

Bene, cioè... male. 

 

Funzionano. Le storie della guerra, della radio, dico: funzionano. 

 

Funzionano perchè ieri ci sono stati meno contatti dell'altroieri. E oggi ce ne saranno sicuramente ancora di meno. Le storie della guerra non sono storie della guerra se non provocano un fuggi-fuggi generalizzato e incontrollato. 

 

Le storie della radio, idem. 

 

All'inizio interessano, come no. All'inizio, sì: dieci minuti...due righe. Poi succede quella cosa strana per cui chi le racconta si carica, si entusiasma, si infervora; chi le ascolta si ammoscia, si deprime, si spegne. E, appena può, scappa.

 

Che faccio allora io? Continuo con le storie della radio...

 

...e parlo di chi? Del pubblico, del mitico pubblico: il mitico e meraviglioso pubblico di Top Radio Busto. 

 

Chissà, chissà quanti saranno stati dalle sette alle nove di mattina...là non c'era il contascatti come qua: potevo solo immaginare. 

 

Di sicuro c'era Fernanda, un'assidua ascoltatrice. Una signora, sposata con figli. Mi telefonava ogni mattina, quando in casa era rimasta da sola. Roberto, sei a letto con me...ti sto ascoltando con le cuffie qua sotto le lenzuola... GULP! SUPERGULP! Tradimento...etereo. 

 

Poi c'erano anche ascoltatori che mi mandavano delle lettere. Bello, no? Ce le ho ancora tutte, anche perchè sono tre.

 

Dài, magari tre no...ma non più di dieci. 

 

Ammettiamolo, il mio identikit artistico (e non solo) non collima poi tanto con quello di una tipica persona...di successo. C'ho dato dentro d'eufemismo, hai notato? 

 

Di successo, no, ma ho sempre stabilito un rapporto davvero simpatico e sincero con il mio pubblico. Per poco che fosse, a me di quel pubblico importava. Gli volevo bene. Gliene voglio ancora, a distanza di tanti anni. Così come voglio bene ai visitatori de ilsitodirob

 

Anche a Fernanda volevo bene, ma sicuramente meno di quanto lei volesse bene a me, o meglio alla mia voce. 

 

Una sera mi volle conoscere (trasmettevo a volte anche di sera): m'aspettò sotto la radio. 

 

Si presentò, ci salutammo. 

 

Tra l'imbarazzato e il divertito, ci stringemmo la mano e chiacchierammo un po'. 

 

Fu l'ultima volta che la vidi. 

 

E non mi chiamò nemmeno più.

 

Domenica 16 - ore 9.13

Ehi...ehi...ehi!!! 

Tu, laggiù...tu, laggiù, in fuga...

 

Sono finiteee...!!! 

 

Le storie della guerra, cioè della radio: sono finiteee!!!

 

Niente da fare, non si fermano. Non si fidano. Sono in fuga, non è rimasto più nessuno. 

 

Non fa niente, io continuo a scrivere. Ritorneranno, verrà qualcuno di nuovo. 

 

Continuo a scrivere a parlo di una cosa che ho sentito in radio.  

Mi ero ripromesso di non parlare più di religione cattolica, essendo fuori dalla comunità. Ritenevo -e ritengo tuttora- di non averne il diritto. Non più. Devo, però, ritornare sull'argomento, anche se la religione c'entra solo marginalmente. 

 

Allora, stavo ascoltando un bel programma radiofonico e al termine del programma parte la pubblicità. 

 

Ecco, mi ha fatto un po' senso ascoltare - e la ascolto ogni giorno - la pubblicità dell'otto per mille alla Chiesa Cattolica fra quella di una concessionaria toyota e quella del lotto istantaneo. Scrivo subito, onde evitare equivoci: non sto gridando allo scandalo! 

Non sto gridando allo scandalo perchè, se anche lo fosse, non avrei più voce e poi, in questo caso, scandalo non è: la C.E.I. (che se non erro significa Conferenza Episcopale Italiana) semplicemente ritiene giusto informare il maggior numero di persone dell'opportunità che è loro concessa in fase di compilazione della dichiarazione dei redditi. 

Io ho un rispetto assoluto per gli spazi e i tempi della religione, per la mia e per quelle degli altri. Proprio per la sacralità che io attribuisco a tutto ciò che è religioso, ho trovato bizzarro quei trentasecondispot infilati fra jingle e slogan. Otto per mille alla Chiesa Cattolica? Ecco, me lo sarei visto bene appeso a una bacheca in un Oratorio, oppure letto come avviso al termine di una Messa, oppure sotto forma di volantino recapitato porta a porta.

 

Beh, in effetti in radio (e a questo punto non so se lo fanno anche in tele) si raggiunge un maggior numero di persone: si raggiungono anche le schiere dei mitici cattolici non praticanti, che io equiparerei in quanto a logicità agli alcolizzati astemi, ai cantanti muti, agli scrittori analfabeti. O, per dirlo alla Samuele Bersani, a uno scrutatore non votante

 

Insomma, evviva la pubblicità dell'otto per mille alla Chiesa Cattolica. Ripeto, niente di grave. È solo che non me l'aspettavo. Mi ha stupito. Quindi m'è rimasta impressa e qui lo scrivo.

 

La pubblicità è l'anima del commercio. A volte, anche il commercio dell'anima.   

Lunedì 17 - ore 7.09

...a proposito del Lotto Istantaneo...hai sentito del Lotto Istantaneo, no? Un'estrazione a settimana non bastava, così ne hanno creata un'altra infrasettimanale. Poi, hanno capito che due estrazioni a settimana non bastavano, allora ecco qua la terza. 

Ora, l'ultima diavoleria: il Lotto Istantaneo, cioè tutte le estrazioni che vuoi, fatte quando vuoi tu e ogni volta che vuoi tu. Moltiplicazione all'infinito. E la dipendenza si fa totale. 

 

Il Lotto Istantaneo nuove gravemente alla salute. 

 

Chissà se lo scrivono sulla ricevuta. Dovrebbero, in ogni caso. 

 

Conosco direttamente più di una persona che si è conciata male per colpa del gioco del Lotto. 

 

Certo, nessuno ti punta una pistola alla tempia, obbligandoti a entrare in una tabaccheria e giocare. Lo Stato però dovrebbe tutelare i suoi cittadini più deboli e fragili, coloro i quali sono sensibili ai richiami del soldo facile. Invece, no: lo Stato si accanisce su di loro e sadicamente cerca modi sempre più subdoli per spacciare un miraggio e accrescere la dipendenza dal sogno. 

 

E poi hanno il coraggio di darti la multa se in macchina non metti le cinture...

 

Martedì 18 - ore 7.09

In realtà, l’intercalare del momento è in realtà. C’erano una volta…e in realtà ci sono ancora oggi… gli intercalari (si dirà al plurale? È la prima volta che mi pongo il problema) buzzurri: "cioè", "diciamo", "capito"…l’intercalare forbito del momento è in realtà. In realtà l’intercalare in realtà è balzato da poco agli onori del comune dialogare. Non so, in realtà, dove sia nato e chi l’abbia creato. In realtà non è possibile credere che una mattina una valanga di persone si siano svegliate e abbiamo cominciato allo stesso momento a dire in realtà. Ci deve essere stato qualcuno, magari più di uno, che probabilmente in televisione ha cominciato a infarcire il suo eloquio di inutili in realtà. L’intercalare ha in realtà un altissimo rischio di diventare inopportuno, non appena ricorre con una certa frequenza. L’intercalare si diffonde, in realtà, come l’erba gramigna, tant’è che diventa addirittura difficile da estirpare. In realtà non ci si accorge nemmeno di adoperarlo.

Come? Se io uso mai l’intercalare in realtà o gli intercalari in generale?

No, mai. Ovviamente, in realtà. 

Quanti in realtà hai detto oggi? Quanti ne hai sentiti? In realtà boicottiamo in realtà! Bastaaa!!!

 

Mercoledì 19 - ore 7.22

Il dito indice serve per indicare. Da qui il nome.

Il dito indice serve per tante altre cose, magari meno nobili, ma non meno utili: estrarre le caccole dal naso, prelevare una porzione di gelato dalla vaschetta, simulare lo schiocco da pallina da tennis o da tappo di spumante con l’ausilio della cassa di risonanza della bocca e dell’interno guancia.

Il dito indice serve a tutto questo e a molto di più.

 

Il dito medio serve per mediare. Da qui il nome.

 

[va beh, era una fesseria…ma non mi sono potuto trattenere].

 

No, il dito medio NON serve per mediare. Al contrario, quando si erge rigido e allungato sulla mano chiusa a pugno, serve per mandare a quel paese. Immediatamente. Servirà anche ad altro, ma fermiamoci qui.

 

Indice e medio: fino a che sono usati separatamente, tutto bene.

 

Ah, ora che ci penso, tutto bene anche quando sono usati insieme, fissi, immobili, nel segno di vittoria.

 

Indice e medio meritano, invece, l’amputazione –sì, am-pu-ta-zio-ne- quando le falangi si alzano e abbassano insieme, da entrambe le mani, a simulare il segno delle virgolette.

 

Prova a farlo…! Ecco, non farlo più!

 

Gli italiani sono famosi per la gestualità come rinforzo della parola. Questo, però, che cos’è? Una moda, un tic. Inutile. Superfluo.

 

Tutto ciò che è superfluo va eliminato. Nella vita. E anche nelle dita.

 

Giovedì 20 - ore 12.23

Arido.

Come campo bruciato dal sole.

Duro, una crosta.

Non una nota per una canzone, non una parola per il cantiere chiamato libro. Dodici mesi, niente.

Le emozioni sono arrivati dall’asfalto calpestato con le mie scarpe da corsa e dai palcoscenici calcati con le mie scarpe da concerto, con i RabbitRun!

Tutto bello, tutto bellissimo…ma il lato creativo geme.

Quando non c’è un contratto firmato, quando non lo devi fare perché tieni famiglia, comporre è un processo spontaneo e involontario. Non lo si programma, non lo si incasella fra le altre attività della giornata.

Evidentemente non è stato il momento per me, non ho avvertito l’insopprimibile bisogno. 

Lo sento ora. È un pizzicorio, un prurito, uno spasmo.

È ora.

 

Venerdì 21 - ore 7.26

SORPRESA!

Anzi, in questi casi c’è lo sbrodolamento vocalico: SOOORPREEEEEEEESAAA!

Mi vogliono fare una festa a sorpresa. Sai, di quelle sorprese che tu devi fare finta sia una sorpresa, se no…che sorpresa è?!?

Ci sono quei rituali tragicomici dell’amico che ti dice di tenerti assolutamente libero il ventitre; quando gli dici che il ventitre sono assolutamente occupato, più di un cesso chimico al concerto dei rollinstóns, lui mi fa che potrebbe andare bene anche il venticinque. E siccome il ventiquattro compio gli anni…e siccome ne compio trentasei e non tre-virgola-sei…io capisco tutto. Capisco tutto e non dico niente. Bugia: gli dico, gli dico....

Gli dico che, va bene, il venticinque la pagliacciata si può fare.

Sì, l’ho chiamata pagliacciata. Lei –era una lei- se l’è un po’ presa, ma non ho capito perché. Forse perché lei mi sta organizzando una festa-non-più-a-sorpresa e io liquido il tutto con il termine pagliacciata? No, non può essere arrabbiata per questo, no...

In uno dei libri che ho letto di recente, …E Venne Chiamata Due Cuori di Marlo Morgan, gli aborigeni australiani dicono di non festeggiare il compleanno perché non ha senso celebrare una ricorrenza legata semplicemente al tempo che passa. Sono d’accordo. Meglio celebrare il raggiungimento di un traguardo. Che merito c’è nel compiere gli anni?

Mi è già arrivato un regalo, sai? Un libro: La Fine È Il Mio Inizio di Tiziano Terzani. Non ho letto ancora niente di lui, comincio dal suo libro postumo. Me l'ha donato, tanto per non farmi capire niente, proprio chi stava organizzando la festa (non) a sorpresa!

Ah, comunque la pagliac…la festa di compleanno si farà. L’ultima che ho fatto risale ai termini della seconda elementare…e non mi stupirei se mi sovvenisse che già allora mi trovavo a disagio nei panni del festeggiato. Orso che non sono altro. Meno male che non vivo in Germania altrimenti m’avrebbero già abbattuto…

SOOORPREEEEEEEESAAA! Chissà se entrerò in casa, accenderò le luci e troverò gli amici già schierati di fronte a me con cappe-peppè-peppelini e trombette.

Il venticinque ci sarà la festa a sorpresa.

E sta’ a vedere che mi farà anche piacere…

 

Ah, sei invitato anche tu: via Mons. Oscar Romero, 4/a – terzo piano – Lonate Pozzolo. Ore 21.00. Non sono sicuro dell’ora perché la festa è a sorpresa. Semplicemente suppongo.

 

 

 

...e riguardo al mio pensierino di due giorni fa., ecco il commento di  un mio amico...Roy Batty. Bontà sua, è un lettore del mio sito: 

 

Il dito indice e il dito medio, insieme, in segno di vittoria, non in verticale, ma in orizzontale. Che spuntano dalla manopola sinistra della moto. È il segno convenzionale di saluto tra motociclisti che si incrociano, sulle statali, sulle provinciali, meno spesso in città perché sennò sarebbe un salutare continuo. Il saluto tra motociclisti, si dice, sta a significare anche che “se dovessi avere bisogno, in caso di guasto, di emergenza o altro, io ti aiuterò”. 
Quando sono in moto io saluto spesso, ed è una cosa bellissima quando ti rispondono. Oppure quando l’iniziativa la prende il motociclista in senso contrario e io rispondo. È un saluto genuino, semplice e immenso. Se compri una moto, spendi una certa cifra. Saluta la prima volta e hai già ammortizzato il costo. Magari non nel portafogli, ma nell’anima sì.

 

Oltre a essere un lettore, Roy Batty è uno scrittore. Scrive anche su Internet. Scopri alcuni dei suoi mondi...cliccando qua! (clicca poi sul suo nome e scopri le altre stanza del forum in cui scrive, ne vale la pena!). 

 

Sabato 22 - ore 9.40                   

Un coglione, un grandissimo coglione. 

Prima, tirata più lontano di un giavellotto da record del mondo. Seconda, uguale. Terza...e siamo già a cento all'ora o poco ci manca. 

 

Un coglione, un grandissimo coglione. 

Una macchina nuova di pacca si avvicina minacciosa, pericolosa e velocissima incontro a me, pedone sul marciapiede di un'altrimenti tranquilla e stretta strada di paese. 

 

Un coglione, un grandissimo coglione. 

Mi si accappona la pelle nell'assistere alla dissennata volata del mostro di lamiera. 

Mi viene il vomito nel riconoscere la faccia che da dietro il parabrezza fissa la strada con sguardo assorto ed eccitato assieme. Un nome, il coglione ha un nome. 

 

Un coglione, un grandissimo coglione. Di diciott'anni o poco più. Neo patentato, aspirante assassino. 

Ehi, rob: non si giudicano le persone, si giudicano i comportamenti. Ehi, tu: non rubarmi le parole. Lo so. Non sarà, però, che quel coglione è così coglione perché nessuno ancora gli ha detto che è un coglione? 

 

A quel diciottenne lì si sarebbe dovuto inveire, lo si sarebbe dovuto bloccare, lo si sarebbe dovuto sommergere di insulti. 

 

Invece no. Perchè qui in Italia...a farsi i cazzi propri si campa cent'anni. Anche in Svizzera, suppongo. E in Lichtenstain ci si sta orientando in tal senso. 

 

Civiltà, cazzo: è questione di civiltà. L'Italia pullula di imbecilli, ops...scusa...coglioni, privi di civiltà, incivili, con i quali purtroppo tocca convivere. 

 

Come si fa a insegnare a quel coglione che non si può girare in paese a cent'all'ora? Non ci arriva da solo? No, non ci arriva da solo. Spero sulla sua strada non arrivi, da solo o in compagnia, un bambino che sta giocando e che attraversa la strada. Spero non arrivi, perchè il coglione non avrebbe il tempo di frenare. Ma di sicuro avrebbe il tempo di giustificarsi e dire che non c'erano le strisce pedonali...quindi non è colpa sua. 

 

Domenica 23 - ore 7.59                   

Quanto prendi?

Prendo, prendo: prendo due amplificatori, pesanti come una peperonata della settimana prima; prendo quattro-chitarre-quattro: l'elettrica, l'acustica, la dodici corde e la classica, perchè qui non ci si fa mancare niente; prendo pile e plettri, cavi e cavetti; prendo le corde di ricambio, mica che servano; prendo i vestiti, quelli di scena e quelli del dopo; prendo tutte quelle duecentomila cose che non serviranno mai, ma che se non ce le avessi dietro diventerebbero magicamente indispensabili e tu ti dispereresti per non esserti ricordato di portarle. 

Prendo tutto questo e lo schiaffo in ascensore. Poi giù dall'ascensore e su in macchina. I sedili posteriori che si ribaltano in avanti e tutto l'armamentario che si carica. Tutte cose che hanno un peso, tutte cose che hanno un costo. 

Un costo ha anche la benzina. Ne serve tanta per percorrere le centinaia e centinaia di chilometri. Poi s'arriva a destinazione e si inizia il procedimento inverso: tutto quello che c'è sulla macchina si mette giù, si porta vicino al palco. Si sale sul palco e si piazza il tutto. 

 

Leggi tutto questo e moltiplica per due, perchè c'è il ritorno: ci sono le luci che si spengono, gli applausi che svaniscono e il pubblico che sciama verso l'uscita. Rimani tu con i tuoi due amplificatori, diventati se possibile ancora più pesanti; rimangono le quattro-chitarre-quattro da riporre nelle custodie; rimane tutto il resto, sperando di non dimenticare niente sul posto. E qualcosa si dimentica comunque.

 

Quanto prendi?

Prendo, prendo...sicuramente meno di quanto prende una donna delle pulizie. Con tutto il rispetto per le pulizie e anche per le donne.

 

Perché lo si fa? Semplice, non c'è altra risposta: perché ci si crede. Perché é sempre meraviglioso fare qualcosa in cui si crede, qualunque cosa essa sia. Si avverte quella meravigliosa sensazione, quello stato di grazia, che ti porta a pensare di essere al posto giusto nel momento giusto. E tutto il resto non esiste più. Perché quello è il posto, l'unico posto, in cui vorresti essere a prescindere da ogni altra allettante proposta. 
Magari nella vita sempre fosse così...

 

Questa sera suono a Saluzzo, provincia di Cuneo. 

 

Nella migliore delle ipotesi tornerò a casa alle quattro di mattina, con tutto da riportare al terzo piano...e la rockstar della domenica lunedì alle otto deve timbrare il cartellino. 

 

Se hai il coraggio, chiedimi ancora...quanto prendo. Ti risponderò. Sull'unghia.

 

Lunedì 24 - ore 5.12 - * * * H A P P Y   B I R T H D A Y * * *                  

Vista l'ora? Come si sveglia presto il rob nel giorno del suo compleanno...

Sbagliato. Non sono andato a letto proprio: sono tornato appena adesso da Saluzzo. Se vado a letto, non mi sveglio più. Se non inizio a drogarmi questa sera, non c'è il rischio che ci caschi in futuro. In quanto a tossicità, ci ho dato dentro con due cappuccini e due briosc dell'autogrill. In mio stomaco ha súbito indetto tre giorni di sciopero, che al confronto quello dei tassisti è stata un'allegra scampagnata fra coscritti. Apparato digerente mio caro, scusami ma...DOVEVO ingerire qualcosa. 

 

Cinque e dodici...anzi adesso sono già le cinque e diciotto. Fuori albeggia. Io sto da notte fonda. 

 

Vedi quei quattro gradini là sopra? Ecco, quei quattro gradini separano la vita dal sogno. In fondo, se stai in giro per sedici ore e più, se viaggi per quattrocento chilometri, se ti fai cuocere da un sole senza pietà, è per provare l'emozione di quei quattro gradini lì. Ci appoggi un piede sul primo, poi l'altro sul secondo, sali sali sali... e assieme a te sale la pressione, sale l'emozione, sale il desiderio di cantare, suonare, tentando di trasmettere quel minestrone di sentimenti che ti ribolle dentro. 

 

Ad ascoltarci, sessanta persone. Poche, decisamente poche...soprattutto se le fai entrare in un posto che ne ospiterebbe cinquantamila (non scherzo...). Poche, decisamente poche. Ma non per me. Porca vacca, sai se venissero sessanta persone a casa mia...che ne so...alla mia festa a sorpresa di domani. Sembrerebbero tantissime. È sempre e solo una questione di prospettive, di diverse angolature. 

 

Sessanta persone che hanno pagato otto euro per ascoltare ciò che avevamo da raccontare. Chissà il loro parere. 

Il mio parere è che è stata una bella giornata, con annessa nottata. 

 

Fuori è sempre più chiaro. Ora che guardo giù nel parcheggio, vedo che l'amico senegalese delle case popolari di fronte ha lasciato accesi i fari della sua auto. Sarà un duro inizio di giornata per lui. Per me non c'è stato inizio, perchè non ho conosciuto la fine. 

 

Oggi compio trentasei anni e mi voglio regalare VENTIQUATTRORE di veglia. Vediamo se ho il fisico...

 

IL PALCO IN FASE DI ALLESTIMENTO

 

Martedì 25 - ore 7.10                

Eeeeeeeeeeeeeh?!? Trentaseeeeeeeeeeeeeeeee-eeeeeeiii?!? Ma dààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààài! Non ci creeeeeeeeeeeeeeeeeeeedooo!!!

...e meno male che le vocali sono gratis. 

 

Trentasei. Da giocare sulla ruota di Lonate Pozzolo e tutte. Istantaneamente

 

C'è chi finché non affonda il dito in un documento non ci crede. Beato chi crede senza vedere. Per gli altri, c'è questo stupore un filo enfatizzato e teatrale. Stupore che, nelle intenzioni di chi lo esprime, è carico di un sottinteso complimento: non dimostri gli anni che hai. 

 

Ammesso e non concesso sia un merito non dimostrare gli anni così come sono misurati dalla scansione del tempo attualmente in vigore, dietro allo stupito complimento, allo stupore complimentoso, si annida infingarda l'offesa involontaria. Ti vogliono far gongolare e per un nano-secondo ci riescono pure; il prezzo da pagare è caro: è il susseguente vortice di cupa depressione. Già, perchè se si rifiutano di credere che tu abbia trentasei anni...se ridono pensando che scherzi...allora...ti fa capire l'orrore che questi ragazzi -sì, perchè a me capita con la gente più giovane e anche questa volta è stato così - hanno per una persona di trentasei anni. Trentasei anni?!? Che schifo! Ribrezzo! Trentasei anni: dead man walking...un relitto, un rifiuto, un vuoto a perdere. D'improvviso ti prende la vertigine dall'alto delle tue trentasei primavere, come se fossero impignate una sopra l'altra, ondeggianti e poco stabili...e tu sopra, in cima, che cerchi di tenerti in equilibrio allargando le braccia e tenendole tese. 

 

Trentasei anni...anche l'ISTAT ci abbandona definitivamente: a trentasei anni non si è più giovani. Non si scherza più. A trentasei anni si comincia a raccogliere, a mietere. 

 

Nel mio caso, ci dev'essere stato un problema nella fase di semina...  

 

Mercoledì 26 - ore 00.51

Uno scatto dalla festa non-a-sopresa Alla fine la festa c'è stata! 

C'erano amici, amici degli amici, amici degli amici degli amici. 

In tre anni cinque mesi venticinque giorni, mai così affollato il mio balcone! Ha retto! Un buon collaudo, seppur tardivo. 

Quanti saremo stati...? Aspetta ché faccio il conto: uno, due, cinque, dieci...lui...l'altro...lei...venti, tutti. Qualcuno in più. 

Non ci siamo fatti mancare niente: i regalini, i regaloni, i bigliettini, le dediche, le firme, il sacchetto pieno di pensieri finti e di quello vero alla fine, gli applausi, i coretti...tutti seduti (almeno i primi quattordici arrivati, poi sono finite le cadreghe e pure gli sgabelli) e io in piedi con gli occhi degli invitati puntati addosso. 

 

Sai cosa ti dico? Mi è piaciuta!!! Nei panni del festeggiato mi muovo con la stessa agilità di un saltatore in alto con una tuta da palombaro, eppure, sì: la festa non-più-anzi-mai-a-sorpresa mi è piaciuta. Carine coloro le quali l'hanno pensata, carini coloro i quali vi hanno partecipato. 
E chi non è venuto?

 

No, nessun lettore del mio sito ha raccolto invito via uèb

Perché? Perché nessuno è venuto nonostante gli accorati e quotidiani appelli?

 

Domanda alternativa, più pertinente: ma tu, rob, pensavi davvero che qualcuno, semplicemente leggendo il tuo invito sul diariodibordo, sarebbe venuto? Non si fa, lo sai che non si fa! Lo sai che non si fa, vero? 

 

Sì, lo so che non si fa. 

...e, per rispondere anche alla domanda precedente, no, non pensavo che qualcuno sarebbe venuto. Sarebbe stato forte se però fosse successo!

 

Ci sono tanti motivi per cui un lettore di un sito legge di un invito a una festa non-a-sorpresa e non vi partecipa comunque. Tre a caso: 

primo motivo, il più comprensibile: ma che ca...cchio (non ho messo il bollino) me ne frega di partecipare alla festa non-a-sorpresa di rob. Nulla da eccepire. 

secondo motivo: quasi quasi sarei andato , ma ieri sera ero impegnato. Peccato. 

terzo motivo: cavolo...sarebbe stato bello, ma...

 

Sarebbe stato bello, ma...

 

La vita è piena di sarebbestatobellomà...neologismo polisillabo che ha la stessa consistenza e peso di una palla di al piede, con catena e fissaggio alla caviglia in omaggio. 

Quante volte il sarebbestatobellomà affossa lo slancio di un entusiasmo, di un'idea. 

I miei trentasei anni sono già zeppi di sarebbestatobellomà [invariabile al singolare e plurale]. Li trascino con disinvoltura, ma so i se pesano... Me li sono trovati senza volerlo e ci sono inciampato. Il primo sarebbestatobellomà [genere maschile], il primo inciampo, non è servito per evitare in seguito l'errore. Anzi, i sarebbestatobellomà pare si riproducano a una velocità impressionante e non esiste disinfettante che funzioni. Ti si attacca, punto e basta. 

 

Il mondo è infestato di sarebbestatobellomà. 

 

Un mondo con meno sarebbestatobellomà e con più è-stato-bello-già non sarebbe molto diverso da quello attuale. Sarebbe soltanto più sereno. Per quello che oramai conta...

 

Giovedì 27 - ore 12.30

Gli amici salutano ed escono (qualcuno rimane chiuso in ascensore…), dalla finestra si sentono i borbottii dei motori di macchine e scùter, sul tavolo rimangono bottiglie semivuote, bucce d’anguria, croste di pizza.

La festa è finita, andate in pace.

Sul balcone ieri l’altro si è riunito un piccolo mondo, il mio piccolo mondo. Un piccolo mondo e una sola grande anima.

Terminata la baldoria, inizia…inizierebbe…inizierà?...la fase di pulitura dei locali.

Nelle case normali, popolate da esseri normali, con l’andare delle ore e dei giorni, gli ambienti ritornano lindi…da me, ritornano…vonci! Che poi è la normalità mia.

E  la vasca da bagno ricomincia a fungere da armadio aggiunto, il tavolo della cucina ritorna spazio espositivo di un mercatino e sui divani in sala non si trova posto nemmeno se si prenota con un mese d’anticipo.

No, dài…ieri il balcone è stato lavato. Beh…a dire il vero…non da me, ma dalla grandinata violenta che ha fatto verso le sette. Mi sembra giusto, no? Tutto il giorno a crepar di caldo, poi la sera si esce e si vuole finalmente ritornare ad andare a correre dopo quattro giorni di astinenza ma...apriti cielo, nel senso più letterale possibile del termine.

Ieri sera, una meravigliosa sorpresa, che mi ha strappato dalla depressione del mancato allenamento.

Ero già chiappe a terra con le gambe allungate sul pavimento a leggere La Fine E’ Il Mio Inizio di Tiziano Terzani, quando è squillato il telefono. Era un mio amico, un mio caro amico. Uno di quegli amici di lunga data che poi col tempo, con gli anni…ah, che rabbia…col tempo si perdono di vista. Io sono un maestro nel darmi alla macchia: se non mi si sta alle calcagna, è finita!!!

Allora, il mio amico voleva sincerarsi del mio numero civico. Non era mai stato a casa mia, stava arrivando in quel momento. Sorpresa! Questa sì è stata una sorpresa! Una di quelle sorprese che piacciono tanto a me. Quelle sorprese che io vorrei diventassero consuetudine. A farsi fottere gli squilli del cellulare, gli esseemmeèsse, le iméil. A farsi fottere quel perverso timore di…disturbare.

Un amico non disturba mai.

E mentre scrivo queste cose…sto facendo mentalmente la lista di tutte quelle persone che da tanto tempo non sento…che vorrei chiamare, ma…se poi disturbo…

Perché si sa: io predico bene, ma razzolo male.

Per intanto, continuo a ripetermelo. Chissà mai.

 

Venerdì 28 - ore 7.26

Si può convivere con un rimpianto?

No.

Il rimpianto uccide, senza nemmeno donarti il conforto di una degna sepoltura. Il rimpianto, al contrario, ti espone agli sguardi di chi sa. Di chi sa o di chi immagina. Di chi immagina o di chi tira a indovinare…e, guarda caso, ci prende. Ti espone soprattutto alla tua memoria, al tuo ricordo.

Che macina, che macera, che lacera.

Estirparlo! Come un dente, un callo, un’erba gramigna e maligna. Non è un’impresa facile. Dopodiché, bruciare il campo. Ribaltarlo, rivoltarlo, polverizzarlo. Con tutta la determinazione, violenza, la brutalità di cui disponi. Poi scappare, scappare, scappare. A gambe levate. Perché tu sai bene che il rimpianto non s’è fatto nemmeno un graffio ed è pronto a prenderti: è ancora vivo e vegeto e si vuole nutrire di te.

 

Si può convivere con un rimpianto? No. Dei due, solo uno sopravvive. 

 

Sabato 29 - ore 10.09

Sabato ventinove, ore dieci e nove minuti. Alzatomi da poco, cappuccino fette biscottate e marmellata già nello stomaco, a pezzi la schiena per i tre giacigli che ho alternato stanotte, a pezzi il resto per la notizia che è saltata la nostra turné in Puglia.

 

Da tanto ormai ho finito Il Processo di Franz Kafka. Non avevo mai letto niente della letteratura russa e poi ho scoperto che ancora non ho letto niente, perché Kafka è cecoslovacco...e io non lo sapevo. Ignoranza galoppante. 

Va beh, come ho trovato Il Processo di Franz Kafka? L'ho trovato...cafchiano!!! Kafka è sicuramente l'autore mondiale più aggettivizzato della storia della letteratura. C'è chi si riempie la bocca di 'sto cafchiano e quando sento qualcuno che usa l'aggettivo incriminato, l'ultimo in ordine di tempo è stato il presidente della Fiorentina Calcio, Della Valle, non posso fare a meno di pensare che, in realtà, quel qualcuno non abbia visto i libri di Kafka nemmeno col binocolo!!! Adesso non è che me la devo menare, come se fossi l'unico acculturato in un mondo di trogloditi, io che ho letto il primo mio libro di Kafka l'altroieri e che fino a tre giorni fa pensavo fosse russo... però, boh...il sospetto mi viene...

Comunque, il protagonista del romanzo è Joseph K. e per tutta l'opera non ci è dato sapere il cognome nella sua interezza. Il cappa puntato è una corsia preferenziale nel mondo di Kafka. 

Ciascuno ha nella sua vita delle situazioni...cafchiane. O, meglio: se non le ha, buon per lui. Può però capitare. 

Eccone una per me: ecco che vado a fare la spesa al Gigante di Lonate Pozzolo; entro, prendo, pago, esco; guardo lo scontrino e improvvisamente sono non sono più roby, roberto, robertovielmi, rob, bobba, vielmi, dottorvielmi, dottorroberto, signorroberto: sono il Sig. Roberto V. 

E c'è questo scontrino che mi fa gli auguri di buon compleanno, senza nemmeno scrivere: scusa il ritardo di tre giorni. 

Tanti biglietti di auguri ho ricevuto nella mia vita, anche bizzarri e insoliti. Uno scontrino del supermercato, mai.

 

Non ho gradito. 

 

Il solito irriconoscente. 

 

Buon sabato a te. 

 

Tuo,

Roberto V.  

 

Domenica 30 - ore 9.05

  rob: Tiziano Terzani mi manda in crisi 

sara: Ultimamente a me manda in crisi anche Fabio Volo!

 

 

 

 

 

 

 

 

Muscoli dolcemente affaticati dall'allenamento podistico serale, una cena a base di cicoria, tonno, cipolla e olive -cioè, quello che avevo nel frigorifero-, zampironi a tutt'andare, segnali di fumo per indicare un divieto di transito alle zanzare assassine che volano a quota terzo piano. 

Il mio sabato sera è trascorso così, sul balcone, fasciato nella mia nuova fokìa, regalo a sorpresa della festa a sorpresa di lunedì scorso, alla luce della lampada da comodino per una volta utilizzata all'aperto.

Con me, Tiziano Terzani. 

In bilico fra l'estasi e la crisi, sono stato ad ascoltarlo: la Cina, Singapore, il Vietnam. Il Giappone. La vita e la morte,  l'Occidente e l'Oriente, gli altri e se stessi...ah, Tiziano...che bell'uomo. E, adesso che ci penso, Tiziano, hai poco da essere così tutto lieto e sereno mentre abbandoni il tuo corpo...io sono incavolato come una bestia...perchè questo voncio di mondo avrebbe avuto così tanto bisogno della tua voce. Rimane il tuo carattere, rimangono i tuoi caratteri, che pur sono voce. 

Continuerò ad ascoltarti, Tiziano. 

 

Ho letto, letto, letto. Il campanile ha suonato le dieci, le undici, mezzanotte e io sempre lì, a tutt'occhi ma soprattutto a tutt'orecchi. La Fine È Il Mio Inizio è un libro che parla di viaggi e di vita: è un libro che parla di movimenti, di spostamenti. Spostamenti di luoghi e dimensioni. È un libro che muove, che smuove. Sarà per questo che, appena scoccata la mezzanotte, mi è venuto, come teletrasportato, da appoggiare il libro sul tavolo di plastica e da scendere in strada, sempre vestito della mia fokìa, e camminare, vagare, fondermi nella notte di via Monsignor Oscar Romero. Ho fatto un giro dell'isolato, isolato anch'io ma in comunione con il tutto, e poi sono tornato su. Ad ascoltare ancora un po'. Dopodiché mi sono alzato, ho fatto pochi passi più in là e mi sono sdraiato. Su un materasso. Mi sono svegliato stamattina, scottato da un raggio di sole che è filtrato fra lo spigolo del muro e le tende. 

 

Buona giornata, buona domenica. Così sia.

 

Lunedì 31 - ore 12.59

Se beve, beve…

Moustafa, dieci anni, pelle e ossa, capelli corti e arruffati, una canottiera sformata e vecchia tanto quanto lui, pantaloncini e ciabatte di plastica.

Davanti a Moustafa, nel parcheggio sotto casa, transita una macchina e dentro c’è Tarek, una trentina abbondante di primavere in più, carnagione color sangria, un dente sì e un dente no, organismo alcolicamente modificato.

Io gliel’ho detto di non bere!

Moustafa gliel’ha detto di non bere, ma…se beve, beve.

E fa un po’ senso pensare che Moustafa, dieci  anni, sia lì ad ammonire, a preoccuparsi e a dispiacersi per Tarek, suo padre.

Domenica nove luglio Moustafa era in piazza Sant’Ambrogio a Lonate Pozzolo. C’era tanta gente, c’era tanta festa. C’era anche papà Tarek, seminudo, danzante e barcollante braccia in aria vicino alla fontana.

Festeggiava la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Bello, vero? Peccato che per Tarek ogni sera l’Italia vinca ai Mondiali. Peccato che ogni sera Tarek torni a casa sbronzo. E vomita. E urla. E insulta la moglie. La picchia. Nel cuore della notte. Una notte senza cuore. Cupa e tetra come la disperazione di una spirale di follia.

 

Moustafa è terrorizzato, ma non lo diresti mai. Non lo direbbe neanche lui, non lo dice.

Il terrore ristagna nascosto. Raggiunge la superficie sotto forma di silenzi, di parolacce, di risse con gli amici.

A Moustafa hanno messo vicino un educatore. A lui e al fratellino. Ne avrebbe più bisogno il padre.

Quel padre che ogni sera prende la macchina, va al bar, si sbronza, riprende la macchina, poi ritorna nel piazzale sotto casa, rallenta, riparte sgommando, frena, riparte, sgomma, frena. Così, senza senso. Senza senno.

Domani Tarek, assieme a tutta la famiglia, torna in Marocco in vacanza.

In macchina.

Guida lui.